Cosa hai imparato dalla pandemia? [BLOG G36]

Ore 7.47, interno auto.
Il gemello uno smanetta col suo smartphone e mi propina accurate descrizioni di schiacciate a canestro del tal dei tali americano. Lo smarco per tenermelo un po’ con me:
“Ma a te, Pietro, cosa ha insegnato finora la pandemia?”
Tempo due secondi, mette in moto i neuroni e io vorrei avesse la scatola cranica trasparente, come quelle borse che andavano qualche anno fa, per vedere dentro quando si concentra a pensare.
“Che è molto meglio stare in relazione da vicini che da lontani” mi risponde, mentre lo guardo dallo specchietto.

Ore 9.04, interno cucina. La gemella due sta per addentare la sua piadina, smanetta col suo smartphone per ripassare la bellezza di Harry Styles e se la prende con comodo data la sua entrata posticipata a scuola:
“Ma a te, Silvia, cosa ha insegnato finora la pandemia?”
Si gira, mi fissa, ritorna alla sua piadina facendomi temere un “mammachepallestoascoltandolamusica” e invece mi prende sul serio: “Che anche se si è lontani si può restare in relazione”.

Queste due creature mi insegnano ogni giorno qualcosa. E gratis.

Prima cosa.
I gemelli, lo penso dal giorno uno della loro esistenza sulla terra, hanno una identità “io” e una identità “noi”. 
E sembra che anche la loro testa funzioni secondo questo fascinoso schema.
D’altro canto sono stati otto mesi in un luogo intimo, la mia pancia, confondendosi l’uno nell’altro, immagino senza percezione di cosa fosse “io” e cosa fosse “tu”.  Per un po’ di anni iniziavano i discorsi con “Noi pensiamo che… Noi vogliamo che…”. E mi piaceva. 

Così come mi piace sognare che tutti quanti possiamo vivere ed evolverci in quanto soggetti individuali e in quanto soggetti collettivi. Io sono IO ma anche NOI.
Perché è vero che lo siamo, ma spesso pendiamo da una parte, quella dell’io, e ci mettiamo un bel po’ a recuperare quell’innato “noi” che la società dentro cui siamo bistratta un tantino.

Seconda cosa.
I gemelli, proprio per questa magia che li tiene legati, si spartiscono cose per potersi individuare: se a uno piace il bianco all’altro piace il nero. Se uno è introverso, l’altro è estroverso. Se uno è diplomatico l’altro è un kamikaze. E cose del genere. Gli serve per non con-fondersi troppo e affermarsi nel mondo.
Ad esempio: durante il lockdown lui godeva pacificamente nella sua camera solitaria, lei si dimenava perché non poteva vedere gli amici.

Ed ecco allora che i due, zitti zitti, si sono presi il pezzo mancante, imparandolo da quei lunghi giorni mentre noi ci preoccupavamo che stessero perdendo mesi di vita.
Lui scopre quanto sia bella e necessaria la corporeità nello stare insieme. Lei scopre la bellezza di espandere la sua relazionalità anche in spazi incorporei.

E io sogno che anche noi sappiamo voltarci dall’altra parte, quella che non guardiamo, che conosciamo meno di noi e delle cose in generale, quella che non pensavamo fosse possibile, che “non mi sento capace”, o “non so da che parte incominciare”. Quella metà di noi che è la faccia scura della luna, inesplorata e tuttavia capace di completarci.

Terza cosa.
Questi adolescenti con la testa in giù sui loro minischermi, tenuti fermi ai banchi senza potersi appicciare tra loro, o confinati nelle loro camere a cercare di capire qualcosa delle materie che gli lanciamo a distanza, intanto macinano riflessioni e praticano l’arte del riciclo: non si butta niente, nemmeno i periodi bui. 

Certo occorre dar loro una mano. Fare domande, è una possibilità.
Gli apre la mente, gliela allena a cercare e a comunicare quel che trovano.
Gli apre anche il cuore, perché si sentono visti e tenuti in conto. 

E io guardo questo tempo che stiamo vivendo provando a imitarli e cercando cosa posso riciclare, per non lasciar passare, come un tunnel fastidioso, questi mesi lenti e pericolanti.

Quarta cosa.
Ormai mi è quasi chiaro che non hanno semplicemente oggetti multifunzione, in mano.
Appartengono, come noi, a un mondo a più dimensioni, ma loro sono madre-lingua reale e virtuale.
Si barcamenano in questa intricata giungla passando nei differenti spazi/tempi, più o meno reali più o meno virtuali, senza dover fare quel passaggio che, invece, tocca a noi, quelli dello scorso millennio: quello di scavalcare il confine e provare a entrare di là, spesso portandoci gli stessi vestiti e le stesse scarpe, magari inadatte, che usiamo per viaggiare di qua.

Loro, le relazioni, o tutto forse, le vedono con un cannocchiale a due lenti.
E io li scruto. Capendoci ancora poco, li scruto.
Non so dire, e non so se mai lo saprò, se questa è evoluzione o la rovina dell’umanità.
Probabilmente è l’uno e l’altro e, come sempre, non è il mezzo o l’esperienza ma l’uso che se ne fa a conferirgli della bontà.

Ore 23.14, al mio tavolo di lavoro. Ho davanti il cane bianco che sonnecchia rumorosamente e muove a scatti le zampe mentre sogna di correre chissà dove. Anche i ragazzi dormono i loro sonni.
“Ma a me, cosa ha insegnato finora la pandemia?”

Mi guardo le dita sulla tastiera, che vanno per conto loro, prima ancora che io faccia a tempo a finire di pensare.
“Che mi piace scrivere”.

Comment

  • Amo pensare che anche questo periodo così intricato e denso possa insegnare a tutti noi che tutto comunque scorre come un fiume.
    L’acqua gira intorno agli ostacoli, che incontra, ma non si ferma e non prova a sovrastare alcunché.
    Da educatore mi preoccupo dei giovani, vera sorgente di linfa vitale per il nostro mondo, caratterizzato da contatti peraltro liquidi e poco profondi.
    Le nuove tecnologie hanno abbattuto le distanze globali, tuttavia hanno contribuito ad alzare dei muri nella comunicazione diretta tra le persone. Questo è stato il preludio del lock down vero e proprio.
    In realtà ognuno di noi aveva già sperimentato la solitudine dei contatti, perché poche persone sapevano ancora guardare negli occhi dell’altro, respirare il profumo della natura, ascoltare con pazienza e desiderio di capire le parole dette, guardare il cielo sopra di noi.
    Sto attraversando un periodo complesso della mia esistenza e cammino in un tunnel stretto, che non sempre mi fa intravedere la luce in fondo. Ebbene questo mio cammino, irto di sofferenze fisiche e morali, causato da una terapia severa e inevitabile, mi ha aperto l’animo al profumo della libertà.
    Il lock down che vivo da mesi come persona immunosoppressa, non rappresenta un ostacolo al mio pensiero e alla mia indipendenza intellettuale. Ogni adolescente, ogni bambino del nostro mondo dovrebbe essere guidato verso questo obiettivo.
    Niente e nessuno ci può privare della fantasia, della capacità di immaginare, della volontà di essere, della forza del nostro agire. Anche questo virus scorrerà così come il tempo di ognuno di noi. Ciò che conta è riempire ogni minuto prezioso della nostra vita di sessanta splendidi secondi, che profumano di amore, energia e speranza.

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