Portieri volanti [BLOG G31]

Ho già la mano che preme sulla maniglia e mi cade l’occhio su un cartello bianco e quadrato, che mi ricorda quelli attorno al deposito di Paperon De’ Paperoni: Bussare prima di entrare! 
È nuovo, ma coerente e sulla scia del mantra dei miei figli attualmente in auge – Chiudi la porta! – che rimbomba ogni volta che percorro il tragitto all’inverso, dalle loro camere al resto della casa.
Scopro che è un complotto perché anche il tizio gemello della porta accanto ne ha appeso uno simile, più sobrio, più maschio, ma identico nel messaggio: rispetta i confini.

Per un attimo mi sento tornare alle dogane prima dell’Unione Europea, a quella marcatura di territorio che sancisce con forza la differenza tra di qua e di là. Documenti, grazie! E per entrare in certi paesi si facevano file lunghissime con le macchine smontate dalla testa ai piedi e sottoposte a scansione. 
Ma come?! Mi prende una fitta sottile, di quelle che si presentano ogni volta che loro fanno uno step di crescita e io perdo un pezzetto della loro infanzia.

Busso. Sto chiedendo il permesso. 
Non diamo più per scontato che io possa entrare e uscire a mio piacimento perché ora c’è uno spazio di intimità che prende forma e chiede di essere interpellato.
Qualcosa di me sa che sono premesse buone sulla strada per diventare adulti. Se non sono contemplate, se si salta questo passaggio, si rischia di non saperlo mettere il proprio confine. 

Di lasciare che dentro attecchisca l’erba gramigna dell’impossibilità di dire no, di non potersi permettere di dire sì solo se si vuole dire sì, di non saper scegliere con consapevolezza come vogliamo gestire i nostri contorni.

Quante volte e quante storie che ascolto sono segnate da una percezione sfuggente del proprio confine. 
Quante sofferenze ci affliggono perché abbiamo confini troppo rigidi o troppo laschi: un muro che non ha pertugi tiene tutti fuori, impotenti, ma a lungo andare si riempie di solitudine. E un territorio che non ha delimitazioni non è riconoscibile, perdendo di valore e di unicità. È calpestabile da chiunque e in qualsiasi momento. 

So già che non sarò così ligia. Presa dalla fretta o da altro, entrerò senza bussare e mi sentirò redarguire. 
Ma va bene così. 
Non sia mai che i miei ragazzi pensino di avere confini inamovibili e che non richiedano continua manutenzione.
Gianna Nannini, che a dire il vero non mi ha mai emozionata tanto, canta un verso a sua figlia in pancia che mi trasmette sempre un fremito e mi commuove: “sposti tutti i miei confini”. 

È proprio così. L’altro, un figlio, un genitore, un amore, una cliente, un’amica, arrivano con le loro vite e noi spostiamo confini di continuo. Per fare spazio. Per prenderli dentro. Per imparare cose. Per respingerne altre. 
Un confine morbido e adattabile è sempre un confine, ma è aperto alla vita e al cambiamento. Fa passare nutrimento e offre possibilità, nelle piccole cose quotidiane, come nei fatti più importanti.

Mi piace l’immagine del portiere volante, quello che i bambini che giocano a calcio si inventano quando sono in pochi e non possono sacrificare un giocatore intero davanti alla porta.
Uno di loro, o tutti a turno, presidiano la porta e poi si buttano nella mischia, lasciando temporaneamente scoperto il rischio della sconfitta ma senza perdere veramente mai di vista ciò che può evitarla.

Ecco, siate portieri volanti figli miei. 
Io busso, ma voi sappiate anche spalancarmi la porta prima ancora che io lo faccia, perché è importante saper dare con generosità anche quando non ce lo chiedono.  

Sappiate chiudere a chiave, quando serve, non darmi nemmeno l’opzione di entrare perché non è il momento, perché avete bisogno di stare con voi stessi, senza sentirvene in colpa.

Chiudiamoci dentro insieme, ogni tanto, per condividere un amore deluso o scambiarci qualcosa di prezioso.
Se invece ci chiudono dentro, com’è accaduto, sappiate pazientare e sappiate che i nostri confini non coincidono con i perimetri degli spazi che abitiamo.

E poi uscite, lasciate il campo, lasciatelo con fiducia, e cercate altri territori da esplorare perché i confini sono fatti per essere espansi al massimo della loro elasticità e non per marcare il possesso.

Tornate con colori diversi per rifare le vostre pareti e con ricordi da conservare nei cassetti e da ripassare negli anni; ribaltate i vostri armadi per fare spazio ad abiti nuovi e vestirvene per aggiornare chi siete; sistemate i doni ricevuti e teneteli cari per nutrirvene quando vi servirà.

Che la vostra stanza sia un porto di mare e che siate voi ad andare per porti e per mari.
E che si chiuda, come una tana delle lepri in inverno, per ritrovare riposo e silenzio all’occorrenza.
Siate i vostri confini, figlioli miei, e giocateci con fantasia.
Io, guardandovi, imparerò da voi.

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