[BLOG G11] DALL’ALTEZZA DEI BAMBINI

Sotto casa i gelsomini sono esplosi in una fioritura candida e profumata.
Mi ci fermo a ogni passaggio, sono sulla strada che va verso lo studio e annuso a pieni polmoni. Sembra quasi di fermarmi a onorare un tempio, in qualche modo lo è e io mi sento grata per tanta bellezza.
In Giappone l’ingresso ai templi shintoisti sono gigantesche “porte” chiamate torii che introducono in luoghi di natura, chiamati jinja, le dimore degli dei.
Era l’estate dei miei quattordici anni e ricordo che, ogni volta che ne varcavo la soglia, percepivo la sensazione che ci fosse una consistenza sacra che, un metro prima, non percepivo. Da allora non ho più sovrapposto sacro con religioso.

Col profumo che mi rimane addosso entro nel giardino dello studio: qui non c’è confine tra profano e sacro, ma c’è Pigna, bellamente sdraiato accanto al suo amico Lucky, razza cane, che, quando lo prendo tra le braccia, odora di sole.
Mi siedo lì con loro, altezza bassa, perché mi piace curiosare il mondo da quella prospettiva e infilarmi nel loro silenzio senza capirci niente.
E, sull’onda lunga dei racconti di me ragazzina, vado ancor più indietro, quando sui prati mi ci si sedevo tutti i giorni.

La maestra Marta mi aveva conosciuta che avevo un grembiule bianco col fiocco rosso, occhialetti e frangetta squadrata che parevano un accanimento sul mio viso e un grande smarrimento che non si capiva bene da dove venisse. A guardare adesso è tutto un po’ sfuocato, anche quel primo giorno pieno di attesa e di voci concitate, ad aspettare il verdetto sulla formazione delle classi.
Ma un fatto lo ricordo nitido: a metà di una mattina qualsiasi ero riuscita a far chiamare a casa perché venissero a prendermi. Ero in preda a una sorta di fuoco di Sant’Antonio per un golfino di lana ruvida, che mi era toccato in sorte nonostante le proteste. E, da quel momento, esercitavo il mio diritto, o supposto tale, di decidere di me.
A circa un mese da quell’inizio turbolento mia madre veniva convocata con tanto di lettera formale: o io o lei.
Non ci aveva girato attorno: o mi si toglieva dai piedi o lei, la maestra Marta, chiedeva il trasferimento a un’altra classe. Dovevo averla provata non poco in quei primi giorni di convivenza.
Immagino l’espressione attonita di mia madre, qualche tentativo di capirci qualcosa, qualche accenno di negoziazione e il ritorno a casa, che ho accuratamente cancellato.

Eppure quella minaccia aveva interrotto bruscamente un andamento in cui, probabilmente, eravamo rimaste impantanate entrambe e, dal giorno dopo, accadeva qualcosa di incredibile: io e la maestra Marta varcavamo insieme la soglia della classe con fare trionfante, fiere l’una dell’altra. Per cosa, non ne ho idea.
Ma si era rotto un equilibrio malsano, a volte solo gesti radicali hanno questo potere, seleziona e cancella tutto per ripartire da capo. Tra noi aveva funzionato.
Per cinque anni abbiamo lavorato bene insieme: probabilmente avevo avuto bisogno che mi vedesse, che mi raggiungesse dov’ero e stesse lì con me. Null’altro. 

Noi adulti rischiamo di restare incollati ai nostri occhiali di grandi e parametrare da lì tutto quello che ci capita sotto il naso. E proprio da lì nasce il disappunto perché ciò che vediamo non è come dovrebbe essere.
Ma è possibile che non lo capisci?” “Non sai controllarti?!!” e, la peggiore che mi sia mai uscita: “Ti comporti veramente da bambino piccolo!”.
Snocciolo frasi e rimproveri che si tramandano di generazioni e che hanno, tra le pieghe, il sacrosanto intento di fare dell’educazione. Si nascondono, infidi, tra altrettanti accurati gesti che sappiamo regalare per insegnargli la vita.
È che non è facile, perché quando si è bambini non si è consapevoli di come si funziona e di come si vede il mondo. Lo si sente e basta. E da adulti non lo sappiamo più. Lo intuiamo e basta.

Allora è una questione di inclinazione di sguardo: se vado giù, ad altezza pari, tutto cambia.
Il paesaggio cambia: i pensieri dei bambini sono nuvole che passano e vanno, fermandosi poco tempo.
Tinte accese, impennate brusche di emozione e miscugli in cui è difficile rintracciare il colore primario.
Energia che scalpita e imbizzarrisce, senza avere ancora redini per le dita.
E poi storie, infinite storie che si materializzano senza fatica, invenzioni pure. E domande, infinite domande sulla vita, bozze scritte a mano, altre accartocciate se nessuno si prende la briga di continuarle.
Ad abbassarci si accendono quei neuroni che sono specchi e ci restituiscono un po’ più fedele l’immagine di cosa avviene nei nostri bambini. E si accendono anche i loro, più disposti a seguirci dove proviamo a portarli, per conoscere questa strana vita.

Da quel giorno tutto il resto era venuto da sé: la maestra Marta insegnava e io imparavo.
Mi guardava da sotto gli occhiali, senza perdermi mai di vista, e io mi sentivo tenuta da due grandi ali, che abbracciavano me e i “terribili 24”.
La maestra unica, a quei tempi, era una seconda chance di madre, meglio o peggio dipendeva, e accompagnava quegli anni teneri ad affacciarsi sul mondo, sapendo di avere una base sicura cui fare ritorno.

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