[BLOG G12] STATI DEPRESSIVI

Non conosco personalmente la depressione, il mio sistema non prende quella deriva quando va in sofferenza.
Ma ho avuto la fortuna di assaggiarla in poche occasioni: quando si può entrare dentro un’esperienza si acquisisce un sapere che nessun libro o racconto può dare.
Ho un frammento, di poco tempo fa. Ci guardo attraverso e ritrovo tutto.

È il giorno di Pasqua: la quarantena è strettissima, non c’è nessuno, i pochi cani che girano hanno attaccati padroni barricati dietro mascherine sterili, io boccheggio. Poche ore fa questo silenzio era una carezza che mi godevo.
Chissà che macchinista manovra certi nostri stati.
Ho l’impressione che non sia roba mia. Sono secchiate che mi spostano e io mi sforzo di stare in piedi, con un senso di condanna al pari di Sisifo, che sale e rotola giù.
La depressione non è tristezza, me lo dice chi ce l’ha per compagna: è altro e oltre.
La tristezza ha un colore mesto e bagna gli occhi. Se sale di volume diventa dolore, fa male, fa piegare, fa gridare. Ma sappiamo che passerà, tutto passa. Le ferite si rimarginano e il tempo è amico paziente che guarisce.

La depressione, no. È fuori dal tempo. Lo arresta, lo deforma, impedisce di vedere oltre la propria ombra.
La depressione viene dal corpo, ondate che salgono e scendono come nausea. Ha un che di chimico e non arriva dal cuore, da cui sembra gocciolare il dolore: arriva da ogni parte e, come una morsa, stringe e allenta, stringe e allenta, in un alternarsi estenuante.
La depressione schiaccia verso il suolo, come un peso invisibile posizionato sopra la testa: deve andare contro vento e ogni movimento è uno sforzo. La tacca dell’energia in riserva, una specie di sonno dentro cui vorrei spegnermi e risvegliarmi normale, come dopo un brutto sogno.

Mentre fluttuo in questo mal di mare mi osservo e preservo una parte di me che procede a una sua velocità.
È da lì che provo a inventarmi strategie per vedere se accade qualcosa di diverso: se le ondate si abbassano vuol dire che conservo il mio potere di modulare.
Con le emozioni che conosco da sempre funziona così: se sono arrabbiata, triste o spaventata so dove trovare la manopola del volume e ho imparato a usarla. Certo, ci vuole il suo tempo, perché le emozioni non corrono veloci come i pensieri. Ma una rabbia la so calmare, una paura la so rassicurare e una tristezza la so consolare.
Come cavarmela con la depressione? Come diavolo se ne abbassa il volume?

Il mio viso ha un’espressione coerente con quello che accade dentro e mi accorgo che lo comunica perché, chi mi è attorno, si tiene un po’ alla larga: emetto un’energia che non invoglia ad avvicinarsi, forse temono sia contagiosa e aspettano tempi migliori per intavolare discorsi con me. I miei occhi sono spenti, non stanno veramente guardando fuori perché c’è un magnete dentro che li attira.
I muscoli del viso sono piegati verso il basso come quelle faccine con gli angoli in giù.
Parto da qui. Provo a sorridere e vediamo che effetto fa.
Mi guardo allo specchio, il sorriso parla un linguaggio diverso da quello che sta circolando nel mio corpo e questo spiazzamento è interessante: la centrale operativa del mio sistema non sa più a chi credere. Sono serena o sto sperimentando questo mostro oscuro che chiamano depressione?
Lo spiazzamento è sempre una buona tattica per uscire da un loop.
Sorrido, anche se inizialmente non ha il vero sapore di un sorriso, ma i muscoli lo fanno comunque e io avverto che in quegli istanti la nausea diminuisce.
Ho delle possibilità, allora. Posso modificare il mio stato intenzionalmente e vedere cosa accade.
Ci studio su e sperimento. 

Focalizzo l’attenzione su qualcosa. Scrivo. Inizialmente la mano è pesante e schiacciare i tasti sembra un’impresa. Ma poi vado tutta nella mia testa, in quella zona coincidente con la fronte che la natura ha dato in dotazione a noi e, parzialmente, ai nostri cugini primati: se porto il mio pensiero a produrre, lavorando su qualcosa, sto un po’ meglio.
Faccio movimento. Mi metto a pulire casa e sono corpo, solo corpo. Sembra che la forza di gravità mi attragga più del solito e alzare ogni parte richieda uno sforzo muscolare straordinario. Man mano che mi muovo l’energia si attiva e la nausea diminuisce, è bassa marea, intravedo la luce.  Il movimento genera energia e il sangue respira più ossigeno. Posso correre, posso danzare. Non serve farlo con gioia e desiderio. Serve farlo e basta. Devo poter secernere sostanze che sciolgono via come l’acqua quelle che sembrano intossicarmi e mi fanno sentire il buio dentro.

L’ultimo esperimento è quello che mi porta fuori del tutto da questo pantano: e mi ritrovo, sono io, la calma dentro e sollievo. Ho vuotato il sacco: ho raccontato cosa mi sta succedendo, fino ai dettagli più laterali e in mezzo all’occhio di questo ciclone che mi ha travolta. Ho chiesto due occhi per guardarmi e orecchie per ascoltare, nulla di più. Man mano quel mostro scuro prendeva forme e si trasformava in parole che srotolavo come una pergamena e io le mettevo nelle mani di qualcuno che era altrove, laddove avrei voluto tornare.
E sono tornata.

Cosa ho fatto?
Ho creato una connessione. Avevo avuto fino a un attimo prima la sensazione che la connessione fosse perduta. Lo slancio verso chiunque mi fosse vicino cadeva prima di arrivare e chissà se anche gli altri facevano un passetto indietro per scostarsi.
Ho chiesto e trovato un contatto che mi ha riportato in quell’esperienza vitale e vitalizzante che è la relazione.
Alla magia non credo e non ho mai creduto. Le cose non accadono per magia e io non sono risalita a galla per caso.
Ci ho dovuto lavorare su e avere anche pazienza che l’onda facesse il suo corso.

Al rientro scorro la bacheca di Facebook e compaiono tre post sponsorizzati su come curare la depressione.
Forse devo pensare più a bassa voce.

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