[BLOG G13] IL BLOCCO DELLO SCRITTORE

C’è il cielo azzurro, di quell’azzurro della scatola dei Caran D’Ache che era sempre più corto degli altri per il tanto colorare di cieli. E io ho un foglio bianco davanti. Un deserto inabitato che non so riempire.
Ecco, il blocco dello scrittore. Sapevo sarebbe arrivato.
Meno male. Non mi era mai balenato nella testa che avrei potuto identificarmi con una scrittrice e adesso sono in regola.
Strappo pagine su cui compaiono solo poche parole stonate e ricomincio da capo.
A onore del vero digito, seleziono e cancello su un file word.
Continuiamo a usare espressioni che sono nostalgiche reminiscenze di materialità quando invece siamo già in un’altra dimensione.
“Ne abbiamo parlato e ci siamo dette tutto” – mi dice una cliente. “Ah, vi siete viste?” “No, intendevo che ci siamo scritte dei messaggi”. Eh già. Oggi vedersi, parlarsi, inviarsi un’emoticon, litigare, mandare un vocale sono locuzioni intercambiabili e io, che mi affido ai confini per distinguere le cose, mi incasino un po’.

Comunque, era Nietzsche che diceva che bisogna avere un caos dentro sé per generare una stella danzante. Non uno qualsiasi. Quindi benvenuto caos. Arriverà qualcosa di buono.

Io, nel frattempo, per non girarmi i pollici, osservo questa impasse e vediamo se posso imparare qualcosa.
Faccio una scansione, come quelle che i medici prescrivono e si finisce in un tubo assordante che ci percorre in lungo e in largo per vedere cosa abbiamo dentro.
Nella testa giro a vuoto. Il pensiero è bloccato, come quelle viti che non hanno più presa.
Più mi accanisco a trovare qualcosa di sensato da dire, più il vuoto si fa consistente.
L’accanimento non fa il paio con la creatività.
L’accanimento cerca di afferrare, ma a me le idee arrivano come un corso d’acqua.
E in genere mi arrivano sotto la doccia, proprio quando non penso.

Scendo più in giù, vado là dove mi emoziono, dove ciò che ci fa sentire la vita si concentra di più.
Anni fa avevo conosciuto Candace Pert, una scienziata americana che era ospite speciale a un convegno di qualche giorno in quella meravigliosa città che è Lucca, con le sue mura e la sua torre coi lecci. Qualche tempo dopo ho saputo con stupore e dispiacere della sua morte: era piena di vita e con un sorriso che non la lasciava mai.
Aveva fatto ricerche importanti e scritto un libro in cui spiega proprio questo: ciò che ci emoziona gira nel corpo sotto forma di molecole. Siamo corpo, tutto ciò che sentiamo ha una consistenza e vanno, come l’acqua.
Più le emozioni fluiscono, più siamo sani. E senza discriminazione alcuna: valgono tutte, belle e brutte che siano. Ci sono date in dotazione ed è bene che abbiano libera circolazione.
Ma ora, nella mia impasse, non gira niente neanche qui, solo una indistinta sensazione di noia e frustrazione, frutto dell’accanimento di cui sopra.
Comincio a intuire che c’è un certo allineamento tra i piani alti e quelli mediani.

Scendo e vado più in giù, anzi vado ovunque, nel corpo, nelle sensazioni, nei muscoli.
Il diaframma, quella specie di paracadute che regola il respiro, è contratto e passa poca aria: sono tesa, sporta in avanti per poter catturare a tutti i costi un’idea. Sono contratta, rigida come le prime volte che vedevo gli altri danzare e mi appiattivo contro la parete. Non scorre energia. Quando la forzo si avvia ma trova strade senza uscita e gira senza meta.

E così mi arrendo.
E nella mia resa tutto riprende a scorrere.

Le idee sono creazioni.
Si generano, come i figli, e come i figli hanno bisogno di una gravidanza, in cui stare al caldo e maturare.
Quelle buone, sono una tra tante, raggiungono il centro lasciandosene indietro milioni, ché avevano qualcosa di troppo lento, o goffo, o, chissà, pretenzioso.
Poi escono, le guardiamo incuriositi, come con i figli; un momento sospeso, per capire se va tutto bene, se funzionano. Un’annusata per sentirne l’odore e che ci appartengono.
Le idee, quelle che hanno gambe e possono andare per il mondo, sono semplici creazioni o grandi scoperte, fa lo stesso: sono bambini destinati a essere donne e uomini che faranno la storia o bambini destinati a essere solo normali.
Che, poi, da vicino nessuno è normale.

Ma le idee, come i bambini, non rispondono alla pretesa.
Nascono e crescono dentro l’acqua, a patto che ce ne siano le condizioni.
Che ci sia spazio e ci sia attesa.
Allora si attaccano, fluiscono e vengono al mondo.
Tutto qui.

Oggi, giorno 13, blocco o non blocco sono ancora qui a scrivere.
L’idea misura già qualche millimetro.

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