[BLOG G14] I NOSTRI FIGLI NON SI RIBELLANO

La voce è concitata, ritmo incalzante, decibel fuori soglia, media di parole al minuto trecentocinquanta, sottofondo da stadio che inneggia: è lui, mio figlio, ore di telecronaca e il FIFA silenziato.
Chissà se Pizzul aveva iniziato così.
Incollo l’orecchio alla porta, infilo il naso nel varco sbadatamente lasciato incustodito.
Poi scivolo dentro tutta quanta e prendo parte alla scena, scegliendo la squadra con la maglia più fashion. 

I videogiochi mi destano diffidenza, li guardo in cagnesco, poi ci faccio pace, a tratti mi ritrovo a pensare che da lì alcuni dei nostri ragazzi potranno inventarsi una professione perché imparano abilità che nessuna scuola insegna. A intrattenere un pubblico, per esempio, e tenerselo per le mani, emozionandolo.

Nella stanza accanto c’è lei, mia figlia, più vecchia di un minuto.
Viaggia di storia in storia, serie tv e film consumati come popcorn. Anche lei in un’altra dimensione, e io mi impensierisco perché mi rivedo, stessa camera, stessi occhi, che lancio lo zaino della scuola.
Mi chiama, non rispondo, mi si è incantato lo sguardo e sono in una scena da cui non riesco a distogliermi.

Scendo! – grido, non curante di cosa se ne faranno del mio annuncio. L’asfalto è rifatto da poco e si rolla bene; eccomi, i miei pattini, i miei tredici anni, la vita che mi scorre accanto e io che me la attraverso tutta. Velocità e vento addosso, mi scrollo ogni impedimento e volo, volo tra le case e in mezzo alla gente, mi prendo solo attimi di tutto quello che incontro. Sono ogni cosa e nessuna, sono me e sono tutti, scivolo tra le macchine e le ritrovo a quel semaforo più in là, scombinando l’ordine delle cose. La mia sfrontata libertà ha il gusto della gioia e ride sulla mia faccia.

Ritorno in me e lei, in attesa paziente, mi racconta l’ultimo episodio. L’espressione pacata, lo sguardo profondo.
Mentre l’ascolto penso, ogni volta, che quel raccontare vale più di cento riassunti: cura i particolari, sfuma emotivamente le scene che mi pare d’esserci dentro e, non per ultimo, azzecca tutti i congiuntivi.
Si nutre di storie, impara, si colloca per differenza e costruisce, piano piano, chi è lei.

Li ho guardati tanto, in quarantena, li scrutavo, appassionata in questa visione stereo da che sono nati.
Ogni mattina al risveglio ci ritrovavamo tutti quanti con in mano ancora la coda di un sogno.
Ce li raccontavamo per liberarci degli ultimi rimasugli: le paure si trasformavano in storie, che portavano il peso di quello che stava accadendo. O, quanto meno, della sua inafferrabilità. Morte, attentati, pericoli scampati, incidenti.
Erano portavoce, i sogni, di un’angoscia che non trovava parole, nascosta così bene tra le pieghe delle loro menti acerbe e dei nostri tentativi di tenergliela a bada.

Hanno passato attimi di euforia, con davanti una lunga e straordinaria vacanza dai banchi di scuola.
Poi, disperati, hanno pianto perché su quei banchi avrebbero voluto tornarci.
Hanno inventato modi per passare il tempo e si sono smarriti, senza senso e senza voglie.
Quel che più mi ha colpito è che non hanno pressoché mai protestato.

Adesso escono. Li vedo tornare sull’altalena, rieditando una versione precedente; ritrovano gli amici e gli brillano gli occhi. Emulano quel che vedono attorno, passando da scorpacciate senza fondo a diete improbabili in vista di quell’incerto desiderio che sono le vacanze.
Ma non protestano.
Sono con me quando sui marciapiedi c’è chi si sposta ancora, che non si sa mai.
Sono con noi mentre leggiamo che a settembre li aspetta una scuola disinfettata, banchi distanziati e il volto semicoperto.
Se prima il loro corpo veniva seduto per ore, con qualche benevola concessione tra una lezione e l’altra, ora saranno corpi isolati, con uno spazio vitale raddoppiato, in un tempo della vita in cui lo spazio vitale si pastrugna con quello altrui, per fare lotte, regalare i primi baci e sostituire quegli abbracci casalinghi che si devono anche un po’ lasciare andare.

Sono scesi con me in piazza per il clima, sono saliti su camion colorati per difendere le libertà, si sono mescolati tra ragazzi più alti di qualche spanna a suon di slogan per un mondo migliore.
Ma i nostri figli, per loro stessi, non protestano.

Torno ancora indietro, mi scruto per accertarmi di non vestirmi da nostalgica; mi serve per recuperare alcune cose che, al di là di ogni spazio e tempo, hanno un valore che mi tengo stretto e un odore forte, che resta impresso, come gli umori di ogni adolescenza. Sono incisioni e nella vita incidere vuol dire prendersi il potere.
Noi avevamo occupato la nostra scuola fatiscente per un mese, ottenendo una mano di vernice in più e poco altro; ma protestavamo veementi per ottenere rispetto, diritti, sguardi.
Noi andavamo contro, a torto o ragione, ma non è questo il punto; avevamo una voce e la usavamo.

I nostri figli sono mansueti. Non pretendono.
Hanno tanto e lo sanno. Sarà per questo che non osano venirci contro?
Stanno imparando a prendersi ciò di cui veramente hanno bisogno?
Vivono in un mondo parallelo, dentro quegli oggetti che non sono più oggetti ma un mondo illimitato dentro cui fanno esperienze che noi nemmeno ci sognavamo.
Ce li abbiamo messi noi, aprendogli strade e sbarrandogliene altre.
Ma qui, nella vita incarnata, ci guardano, mentre facciamo e disfiamo, senza proferire parola.

Non si ribellano, i nostri figli, e io non so più cosa sia bene e cosa non lo sia.
Mi metto accanto, per ora senza dire nulla.
Devo mandare giù le mie di lacrime, mentre li immagino a varcare la soglia della loro scuola, in file scomposte dietro al nostro impegno di renderli più innocui possibile.

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