[BLOG G16] DISCONNESSIONI

8 minuti e 46 secondi
George Floyd è sdraiato a pancia in giù sull’asfalto, la testa premuta dal ginocchio di un uomo in uniforme. Ripete disperato che non respira e implora aiuto. Poi la voce si fa più flebile, il respiro impercettibile e il cuore si ferma.
Derek Chauvin preme il suo ginocchio sul collo di un uomo ammanettato, non molla mai la presa, guarda davanti a sé calmo e fermo e mantiene la stessa pressione del ginocchio anche quando l’uomo non si muove più.
Anche quando arriva l’ambulanza e tutto è già finito.

8 minuti e 46 secondi
Un tempo infinito per chi è a terra e un tempo interrotto per chi infligge la sua tortura.
Un frammento che si ripete, infinite volte e su sfondi diversi nella storia dell’umanità.

George Floyd è la vittima sacrificale del processo umano più crudele: quello della dis-connessione dall’altro. Disperatamente si aggrappa alla possibilità di essere visto e “sentito”, ma non riesce a raggiungere in alcun modo il suo carnefice. Annaspa solitario nella propria totale impotenza.
Ma George Floyd non è più una persona: non ha un’anima, un cuore, un dolore, una supplica. È solo un grosso bersaglio scuro, un sacco pesante di muscoli senza identità. È un simbolo, un esemplare qualunque di una specie nemica.

Derek Chauvin ha 18 denunce alle spalle e una medaglia al valore per il suo servizio. Finisce facilmente a umiliare, minacciare e perfino a sparare. Ora è composto e freddo. Non grida, non è in preda a una furia incontrollata. È un fascio di muscoli e nervi contratti e potenti e nessuno sforzo visibile. Il volto ha un’espressione neutra non decifrabile. Uno spesso vetro immateriale lo divide dai suoi spettatori e le loro voci sono sibili impercettibili.

Ecco di cosa siamo capaci noi umani: di profonda inter-connessione con gli altri esseri viventi fino alla dis-connessione più estrema. E io vivo nelle continue sfumature intermedie tra la capacità di sintonizzarmi, di raggiungere l’altro dove si trova e vederlo nella sua unicità, all’incapacità di sentire emozioni troppo diverse dalle mie, all’indifferenza e all’intenzionale stacco del contatto quando qualcosa mi disturba oltre la mia soglia di tolleranza.
Ma oggi sono le estremità che mi fanno restare incollata a questo schermo su cui scorrono quei drammatici minuti, colpita da un’onda di angoscia che fatico ad arginare. E provo a stare qui per vederci meglio, con l’onestà di dire che, purtroppo, anche questo è un uomo.

C’è una sana aggressività che nasce nel grembo da cui siamo nati e che ci permette di ad-gredire la vita, andarle incontro, affermare chi siamo e difendere i nostri confini.
E poi c’è una aggressività violenta che sgorga da ferite profonde.
Alice Miller si era presa la briga di raccontarci la biografia di Hitler e di un serial killer di nome Jurgen Bartsch.
Non servono, tuttavia, vite platealmente ingiuste; ci sono dolori silenziosi, nel proprio irrinunciabile bisogno di essere amati e riconosciuti, che si stratificano nel tempo e si convertono in una drastica incapacità di stare in relazione. Fino a portare a un pungente bisogno di riconquistare il potere derubato da altri e di vendicarlo su persone innocenti.

Noi, figli della scoperta dei neuroni specchio, dobbiamo sapere che c’è anche uno “zero negativo” della loro attivazione, in cui diventiamo portatori di crudeltà e riduciamo l’altro a un oggetto.
Leggiamo di femminicidi, di innumerevoli e improvvise pugnalate, di quei gesti inconsulti zeppi di odio incontrollato. Eppure, paradossalmente, lì c’è ancora un barlume di relazione.
Al punto zero non si sente più niente.

È un meccanismo che non nasce dal nulla.
Ha sempre una storia dietro e non sempre occulta, a volte è addirittura sotto i nostri occhi distratti o elusivi.
Accumula l’abitudine a non sentire e un’educazione a schiacciare e dominare.
Dobbiamo sapere che perpetrare la dis-connessione nelle nostre relazioni genera anche estremi di dis-connessione.

Spengo il video, spengo tutto, con addosso un senso di alienazione.
Provo a entrare dalla parte opposta, perché ogni forza ha un suo corrispettivo ostinato e contrario.
Ed è lì che trovo un altro frammento da cui ripartire: il gesto semplice di un uomo in ginocchio.
La connessione è un’innata inclinazione verso l’altro.
Un bisogno che percepiamo dai primi attimi e ci portiamo appresso per tutta la vita.
Questo mi restituisce il respiro.

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