[BLOG G7] La sindrome della capanna

Hanno sei anni, credo. Vivono al primo piano entrambi, ma in due appartamenti attigui, i balconi separati da un muro stretto. Con un sorriso complice, e in punta di piedi per non disturbarne la magia, io e Silvia ci facciamo spettatrici invisibili, appostate di sotto.
Un braccio sporge in fuori, la mano stringe fiera un dinosauro e lo passa all’amico, che ricambia con un altro esemplare dai denti aguzzi. Parlano seri e concitati, inventano storie che neanche i migliori nonni o scrittori fantasy.
Ogni giorno e a lungo.
Mi ricordano quei fiori testardi che riescono a nascere in mezzo al cemento.
Chiusi in casa, lontani gli uni dagli altri, proseguono imperterriti quel fatto serio e irrinunciabile che è il gioco.
I bambini sono Barbapapà: si adattano alle forme e trovano spazio anche dove non c’è.
Nelson Mandela, in 27 anni di prigionia, è riuscito a rivoluzionare il mondo, in quel buco di cella di Robben Island. Correva un’ora al giorno sul posto e intanto andava lontano, dove nessun altro era riuscito ad arrivare.
Siamo capaci di cose che, seduti comodamente su un divano, non sapremmo nemmeno immaginare.

E così, mentre rifletto sul nostro spazio senza confini, inciampo nella Sindrome della Capanna.
I media sono già sul pezzo: un milione di italiani ne soffrono.
Il lessico si inclina verso la patologia, seppure ci rassicurino che non sia del tutto una malattia.
Eppure soffrire, sindrome, psichiatria, ansia e depressione sono le prime parole che incontro in un periodo di quattro frasi. A onor del vero il riferimento è agli abitanti delle praterie del Nord America, che dopo mesi a proteggersi dal rigido inverno, non avevano granché voglia di uscire fuori.

Qualcuno, in effetti, non vuole più uscire. Ha paura o si sta leccando ferite magari profonde o si è trovato bene o ha scoperto che quel fuori di prima, con quelle condizioni di prima, non gli piaceva affatto.
Quando emergono le nostre fatiche esistenziali pare necessario appiccicargli addosso l’etichetta di malattia o anormalità. Forse perché così ci possiamo tutti illudere che arrivi la cura a toglierci l’impiccio.
Ma suvvia, anche le nostre pupille, che al buio si adattano e si fanno grandi per catturare quanti più fotoni possibile, hanno bisogno di tempo per riadattarsi alla luce.

Ricordo bene che, nella quarantena stretta, a tratti avvertivo un nodo allo stomaco che mi bloccava il respiro, uno stato di allerta da animale in cattività. Ero stata abituata che la mia libertà fosse un fatto personale.
Poi, per istinto, mi ci sono adattata.
Ora, lo confesso, quando mi sfrecciano davanti automobilisti in gara con il tempo stimato da GoogleMaps per batterlo di qualche secondo, io in capanna ci tornerei …
C’è un troppo di tutto, che torna ad avanzare e anche a passo svelto, e “il troppo stroppia” diceva Mary Poppins.
Non pensavamo ci fosse alternativa e invece, l’alternativa, l’abbiamo assaggiata e aveva anche un sapore buono.
Ma quindi, la sindrome, chi ce l’ha?
Chi non vuol più uscire o il mondo di fuori?
L’uomo della Capanna o la Prateria?

Comunque, io torno alle mie riflessioni sul nostro spazio vitale.
Quello che non ha confini materiali, ma è la porzione di vita che ci permettiamo di abitare.
I piccoletti del primo piano hanno intatta la capacità innata e sana di espanderlo, il proprio spazio di azione.
Quel che, invece, osservo in tantissime occasioni, per il mestiere che faccio, è che spesso noi non abitiamo gli “spazi” possibili o ne vediamo solo una minima parte.
Restiamo rintanati nel cantuccio delle cose che conosciamo e delle abitudini che abbiamo.
Ancor più frequentemente siamo prigionieri di una gabbia, senza accorgerci che la porta è spalancata.
Viviamo relazioni che non ci fanno stare bene o le teniamo relegate in routine annoiate.
Limitiamo la nostra visuale e non immaginiamo nuove soluzioni.
Respiriamo poco, ci muoviamo poco e teniamo l’energia intrappolata.

Questo vedo, questo spesso porta i miei clienti a bussare alla mia porta o di chi fa il mio mestiere.
E questa è la grande sofferenza che ci procuriamo, credendo di preservarci.
Perché a lungo andare, negli spazi ridotti, l’aria manca.
Ci vuole coraggio per andare.
Eppure, ogni volta, vedo la vita avanzare e il movimento naturale, rimasto rattrappito, riprende il suo corso.

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