La mano sul cuore [BLOG G30]

Non possiamo più fare gomito contro gomito.
Quella parte grinzosa e spigolosa che è il nostro gomito, ci dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità, può traghettare in giro per il mondo “il nostro”: quell’ospite che si è autoinvitato e che ci sta capovolgendo ben bene, mettendo in discussione tutto, ma proprio tutto, quello che nelle nostre vite sembrava messo lì nel verso e nel posto quasi giusto.

Così dobbiamo lasciare andare anche quel modo sostitutivo di salutarci e inventarci qualcos’altro. 
Nessun attaccamento possibile a riti o certezze sostitutive; solo piccoli appigli per riprendere fiato, come boe sparse, ma senza affezionarci troppo. 

La liquidità di Zygmunt Bauman. Eccola qua. Lo avevo letto il libro, ma adesso ci navigo, nel libro. 
Ha preso consistenza e ci siamo dentro fino al collo. 
Non ci sono certezze, prendiamone atto e ringraziamo il virus che ce lo ricorda impietosamente.

Mentre leggo la notizia, del saluto bandito, mi osservo. Il primo cenno di reazione è qualcosa di simile allo smarrimento. 
Non per il gomito, intendiamoci. Non mi ci sono mai messa a dar di gomito.
È che sento erodere piano piano tutto il corporeo nella relazione e io faccio parte di quella frangia della popolazione cui piace abbracciare. Ma abbracciare per bene, con calma, gustandomi quel contatto che solo un abbraccio regala. Abbracciare come preambolo, come rito di saluto, come aprire la porta di ingresso e comunicare senza parole: eccoci, siamo qui, insieme.

Non lo sapevo fare, prima.
Ho vissuto decenni sulla scorta di un’educazione che non mi aveva insegnato ad abbracciare.
Non lo avevano fatto i miei genitori, non le scuole che avevo frequentato, men che meno la facoltà di Psicologia, che al tempo predicava la necessità di evitare accuratamente qualsiasi contatto con i clienti (in psicologia si chiamano pazienti, ed effettivamente bisogna essere molto pazienti per lavorare su di sé).
Lo avevo iniziato a fare con i fidanzatini o le amiche del cuore, ma questo è universalmente approvato, addirittura anche oggi, nel Covid-Time.
Poi sono finita dentro quel mondo dedicato alla crescita personale, di cui anche una certa psicologia fa parte, che definiamo a mediazione corporea
Dove il corpo, cioè, è un medium, un mezzo attraverso cui si entra in relazione e con cui si lavora su di sé e con gli altri. Dove se ne prende atto, più che altro, perché che noi entriamo in relazione col corpo è un fatto di sempre.

Mi sono ritrovata in quell’ambiente dove si impara a guardarsi negli occhi, come se fosse per davvero da imparare.
Si resta così, uno di fronte all’altro, e ci si guarda, in silenzio. 
Ed è come una finestra che si spalanca per una ventata improvvisa. 
Che le prime volte viene anche da chiuderla subito perché il vento scompiglia tutto. 
Ma poi, piano piano, si comincia a prendere confidenza e si arriva addirittura a godere di quel vento e di quella possibilità di esserne scompigliati.
Perché guardandosi negli occhi, senza fuggir via, senza abbassarli o spostarli, ma stando lì dentro, si entra in contatto pieno e si trova per davvero l’altro, chiunque sia. Anche uno sconosciuto.
E accadono cose che sciolgono ogni tensione e calmano ogni dolore. 
Negli anni avvenivano più o meno sempre gli stessi passaggi: dal guardarsi si passa alla possibilità di abbracciarsi e poi di muoversi insieme e si arriva perfino a ballare, sì a ballare.

Ah, voi fricchettoni! Diceva una mia cliente cui voglio molto bene e con cui ridevo per quel che diceva. 
Stravaganti, anticonformisti e contestatori! 
Lo diceva perché è vero che c’è uno stereotipo appiccicato a chi si prende la briga di rompere un po’ quella rigidità dentro cui ci siamo ben incasellati. Del comportarsi per bene, del mettersi composti, dello stare seduti al banco svariate ore, stando fermi, ovviamente, del non mettere in imbarazzo facendo uso del corpo in modo non convenzionale.

E lo capisco, eccome se lo capisco! 
Non perché si facessero cose strane, in quel mondo nuovo per me, tutt’altro. 
Si facevano e fanno cose che semplicemente abbiamo perduto. 
Ma per trovare pertugi in quella rigidità ho attraversato imbarazzo, vergogna, rigidità, goffaggine, giudizi d’ogni sorta. 
E sono demoni che di tanto in tanto mi aspettano all’angolo ancora adesso, dopo anni che ho toccato con mano il piacere e la libertà di essere spontaneamente sé stessi, di potersi muovere con grazia, seguendo il proprio slancio autentico.

Eppure, per arrivare a sentirsi bene e pienamente se stessi, occorre andare nel corpo e passare dentro lì.
Non ci sono alternative. Oppure, sì, ce ne sono. Ma a che prezzo.

Sere fa ho trovato tre quindicenni sotto casa, parlavano tra loro e intanto, tra una sigaretta e l’altra, si passavano una bottiglia di vino, bevendosi a canna quell’antidoto dal sentirsi impacciate e inadeguate.
Il corpo va sciolto per stare bene: se è contratto, impacciato e goffo, soffre e deve, necessariamente deve trovare un modo alternativo. Due vie estreme, e sempre più diffuse, sono quello di chiudersi in stanza ed evitare l’esposizione agli occhi altrui: oppure bere, sballarsi, alterarsi, per sciogliersi a forza, con un aiuto esterno. 
Siamo accerchiati da giovanissimi, giovani e adulti che fanno uso di alcool e sostanze.

Ecco perché soffro. Perché, fuori da ogni senso o non senso di queste nostre regole anti-Covid che non è il tema della mia riflessione, a me il contatto manca, eccome. Mi manca il corpo nella relazione.

Comunque. Per tornare alla dichiarazione dell’OMS.Va detto che non dobbiamo inventarci un altro modo di salutarci, ci hanno già pensato loro: adesso potremo mettere una mano sul cuore, quando incontreremo la vicina, la prof, il negoziante, l’amica e via dicendo.

Possiamo mettere una mano sul cuore.
Lo dico benedicendo il direttore Ghebreyesus, per l’idea che ha avuto.
È vero, non c’è alcun contatto con l’altro, ma c’è un contatto intimo, buono, umile col proprio cuore.

Che poi, a dirla tutta, e poi chiudo, io avrei avuto anche un’altra idea, più hard ancora: quando ci incontriamo mettiamo una mano sul cuore e pieghiamoci in avanti, in un inchino, come quando ci si invita a una danza. 

Proviamo a vedere se, scomodando tutto il corpo nel salutarci, riusciamo a far fuori un po’ di quell’aria tronfia che aleggia e che schizza in derive orribili, dove l’altro viene calpestato e umiliato. 
L’altro Willy, Maria Paola, George e infinite vite i cui corpi sono orrendamente oltraggiati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Alessandra Di Minno

© 2020 All Rights Reserved www.alessandradiminno.it
Alessandra Di Minno | Via Pasquale Fornari, 46 20146 Milano (MI)
PI 06673660962 CF DSMNLSN68H58F205G
Iscrizione ALBO sezione A n. 03/12779
Iscrizione Assocounseling A1713-2015
Privacy Policy
Cookies Policy
Web design by Gdmtech