[Buon Lockdown a tutti! G45]

“Buon Lockdown a tutti!” esclama la signora mentre si avvia all’uscita, la scia del profumo dei capelli appena fatti e un sorriso che la rende quasi raggiante.  “Buon lockdown anche a lei!” rispondiamo tutti in coro, presi dentro, senza accorgercene quasi, in questo saluto che rimbalza tra la bizzarria e una stretta affettuosa.
Se al posto di “lockdown” ci fosse “natale” o “vacanze” il tono sarebbe stato verosimilmente identico.

Mi rimetto a leggere, coi nastri argentati tra i capelli per imbiondirli quel tanto, in queste ultime ore di più o meno libero movimento fuori dal perimetro della casa.

Ma la mente va altrove e mi torna il ricordo di Dogville, un film d’avanguardia degli anni 2000. 
Ricordo di avere dovuto resistere strenuamente alla tentazione di lasciare la sala all’intervallo, confondendo i miei vicini di posto che avrebbero semplicemente creduto in una puntatina al bar del cinema.
Per rispetto del mio stretto vicino di posto sono rimasta.
In realtà è stato un film con una Nicole Kidman strepitosa, seppur avesse dichiarato di essere uscita sconvolta lei stessa dall’esperienza; una trama complessa e filosoficamente intrigata, una metafora non certo benevola della nostra società.

La particolarità di Dogville, tra le cose, è anche quella di essere stato girato tutto su un unico set: uno sfondo nero, un palco con linee e scritte bianche sul pavimento scuro che identificavano il confine del piccolo paese con le sue poche case. Niente di più. Tutto si svolgeva entro quel perimetro.

Eccolo, il perimetro. Quello che, da un anno a questo parte, qualcuno mi traccia attorno, cambiandone le misure e, ora, stringendolo all’osso. Il mio spazio vitale, che prima potenzialmente abbracciava lunghe distanze, ora è di poche centinaia di metri e, soprattutto, non segue me: sono io che mi adeguo e mi ci accomodo dentro come posso.

Ho scoperto poi che gli attori di Dogville avevano a disposizione una sorta di “confessionale” in cui sfogare lo stress elevato: lo spazio vuoto e angusto dentro cui dovevano fare tutto, e la drammaticità di ciò che ci accadeva dentro, li portava assai fuori da quella che oggi chiamiamo la confort-zone

E i due aspetti, a ben vedere, avevano tra loro una correlazione: la troppa prossimità e la mancanza di apertura sembravano direttamente proporzionali ai disastri che si susseguivano nella trama del film.

In questa grande prova che ci è toccata in sorte la ristrettezza dei nostri spazi vitali è una realtà quotidiana, protratta, logorante. Ed è anche diventata una realtà quasi ovvia, che prende le sembianze delle cose normali, che si lustra dei suoi innumerevoli vantaggi e che promette super-protezioni dalle avversità della vita. 

Quando stringe un po’ troppo noi la scavalchiamo con un salto leggero, scivolando ipnotizzati, incuriositi e rincuorati nel Magico Mondo dei nostri variegati device.
Solo che a volte stringe troppo e nemmeno i device hanno i super-poteri. 

Ho sentito racconti, in questi mesi.
Di madri, di padri, di figli, di donne, di famiglie, di amici. Ho sentito dolori e solitudini. Qualcosa che veniva quasi sussurrato, come un’onta. Qualcosa che pareva quasi un fallimento: io non ce la faccio. Come a dire: io sono fragile, debole, gli altri invece… E gli altri dicevano lo stesso, sussurrando allo stesso modo. 
Quando se ne comincia a parlare il velo è infranto e il permesso, di dire e dirsi che prova difficile è questa, libera e dà sollievo. 

Ho osservato me, in questi mesi. Mi osservo anche oggi, mentre si avvicina sempre più la mano del mio carceriere che chiude le porte. Sono sulle montagne russe: ho allestito la mia casa e il mio tempo per starci bene e renderla fertile e, a tratti, guardo fuori angustiata perché non riconosco questo mondo che mi ospita da 52 anni.

L’immagine ancora fresca del buon augurio che ci siamo appena fatti traballa fino a rischiare di sgretolarmisi tra le altre.
Ma io me la acciuffo al volo: Signora, buon lockdown a tutti noi. 

Mi serve e me lo tengo a cuore.
Mi serve, per questi giorni rossi, per non addormentare i sensi fraintendendo che vada bene così. Non va bene così. Siamo fatti per muoverci, espanderci, toccarci, spostarci. 
Siamo fatti per uscire, andare e tornare e non per stare sempre dentro.

Mi serve per non disperdere le speranze: tutto passa. Quando tremerò di paura, mi intristirò di nostalgia o mi arrabbierò impigliandomi in qualcosa, mi aiuterà ripetermelo come un mantra: tutto passa.

Mi serve per ricordarmi di non sprecare questa prova, ché nelle salite, si sa, scopriamo di avere risorse mai immaginate e ci inventiamo idee e soluzioni che in pianura non sarebbero necessarie.

Mi serve a gustare questo tempo passato stretto con i miei figli, che così tanto tempo insieme non lo passavo da quando erano lunghi meno di un metro. Me li vedo crescere sotto il naso, al rallentatore, mentre si dimenano in questa loro età che smania di vivere.

Mi serve per sapere che ci ritroveremo a fare i capelli, a berci qualcosa, ad applaudire a teatro, a nuotare in piscina, a trovare chi va in ospedale, ad aspettare fuori da scuola i ragazzi, a viaggiare da qualche parte, a strusciare nelle vie di negozi, a sciare bianche pendenze, a vederci i sorrisi, a riempire i concerti, a fare tavolate, ad abbracciarci a piacimento, a riempire le università, a bere il caffè coi colleghi e tutto quello che verrà.

Buon lockdown, Signora. Se vado su su e guardo giù giù posso vedere tutti i perimetri sotto di me e i loro abitanti e sapere che un filo sottile ci lega tutti quanti. 

Ogni tanto lo accarezzerò.

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