COME FACCIO A CAMBIARE? [BLOG G21]

Più volte mi viene chiesto: ma come faccio a cambiare?
Poi la risposta arriva e non è mai la stessa.

Aveva poco più di vent’anni, gli occhi color del legno e un cappellino da baseball sulla testa.
Per sei mesi non l’avevo più vista per un viaggio inaspettato, che non aveva voglia di fare. Mi ero preoccupata, inizialmente, ma ho imparato a non scivolare nella trappola dorata del sentirsi indispensabili. 
Mi dicevo che avrebbe trovato un suo equilibrio e che il processo sarebbe andato avanti, seguendo sentieri non previsti. Ci saremmo ritrovate a qualche isolato più in là, a raccontarci che scoperte aveva fatto nel frattempo su di sé e sulla vita.
E così è stato. Erano ripresi i nostri incontri e dopo dieci giorni accadeva qualcosa.

Era entrata con un’aria diversa e io annusavo l’aria, senza capire ancora nulla.
Ascoltavo. Sono i primi passi a darci la direzione e, quel giorno, i suoi passi erano così ben piantati nella terra che mi ritrovavo a pensare che, forse, si era presa un diritto che prima non aveva.
Mi ero lasciata condurre mentre pennellava, a parole, il paesaggio in cui si trovava.
Pigna, appostato sul tavolino, seguiva curioso ogni movimento delle mani che gesticolavano racconti di giorni.
Dieci giorni e un salto quantico. E io ne ero incantata.

Ci sono cambiamenti che ci rappresentiamo lungo una linea in salita.
Piccoli step conquistati con determinazione e pazienza e lo sforzo dosato con andamento prevedibile.
Preparare un esame, attraversare un problema, imparare a meditare, ammorbidire certi nostri spigoli: si guarda verso la meta e si va, col tragitto che si accorcia sotto i piedi.
Ma ci sono cambiamenti che sono salti quantici: fuori da ogni linearità, e senza passaggi intermedi, si materializzano in uno stato che non conoscevamo, né avremmo potuto pre-vedere.
Lei tentennava, tra la meraviglia e il sentirsi spiazzata in un luogo coi punti cardinali scombinati.

Per un po’ si era aggrappata alla pretesa di rintracciare, come Pollicino, quali briciole l’avevano condotta dove si trovava in quel momento dove, per la prima volta, la vita le appariva un’opportunità da scegliere e non un binario obbligato.
Che era pronta per dire no e sì e reggere lo sconcerto di chi dava per scontato il suo sì o il suo no.
Ero con lei e le indicavo quello che vedevo, lì, nel momento presente.
Il salto quantico è un’accelerata improvvisa, un balzo a lato, che va gustato più che ricostruito.
Restavo con lei per negoziare quel bisogno di continuare a riconoscerci allo specchio e negli occhi degli altri con la possibilità di sorprendersi per non essere più la stessa di pochi giorni prima.
Mettevo confini dove sentivo che stava per perdersi e la tenevo per mano mentre passeggiava fiera su quel nuovo suolo.

Poi si era fermata. Aveva capito qualcosa e cercava parole per farmi partecipe.
“È come un videogioco” aveva esultato. “Tu smonti il blocco e poi balzi a un livello nuovo”. E altri dettagli, che non so riportare, ma che illustravano scenari fantastici da navigare e tesori da conquistare.
Sorridevo e mi godevo la visione: il videogioco, così straniero per me e lei che era ci già dentro, a comprendere qualcosa che certi libri ci mettono capitoli per spiegarlo.
Le metafore sono potenti quasar che illuminano a giorno.

È proprio così: al cambiamento quantico serve un impulso iniziale e poi va avanti per conto suo.
Al contrario di quanto siamo abituati a pensare non chiede sforzi, avviene. E mentre avviene genera energia.
Che ci voglia fatica e sudore, che si perdano forze e ci si faccia anche male è un’idea.
Qui serve togliere. Serve liberare, destrutturare, lasciare andare.
Serve aprire le mani, più che stringerle a qualcosa. Serve mollare la presa e scivolare all’indietro sul morbido.
La fatica è lo sforzo dei muscoli tesi per resistere.
Ma lei stava imparando a non opporsi.

A quel punto ero stata io a voltarmi indietro, senza che lei mi vedesse.
La prima volta che era entrata aveva gli occhi pieni di lacrime e mi aveva messo in mano un grumo di speranza perché io potessi farci qualcosa. Lo avevo riposto delicatamente sul tavolino e mi ero occupata di lei e del suo dolore.
Perché la cura, prima d’ogni altra cosa, è avere cura.
Avere cura di respirare insieme senza irrigidire il diaframma.
Avere cura di raccontarsi senza anticipare giudizi impietosi.
E poi provare a volersi bene, smettendo di pungolarsi con insistenza.
E tanto altro, che sapientemente allenti quella corazza che abbiamo costruito negli anni in cui si è ancora così piccoli da aver bisogno di protezioni extra.
Si prepara il terreno e il terreno, per sua natura, butta fuori vita.

Ci eravamo salutate, sulla porta mi aveva strizzato l’occhio: Dovrai sopportarmi a lungo, mi aveva detto, ho tanta strada da fare.
E io, per un istante, avevo percepito una lievissima fitta sapendo che, molto prima di quanto sapesse immaginare o volesse sapere, lei sarebbe andata per la sua vita che, ora, le stava sbocciando tra le mani.

Entrare nella vita di qualcuno è un onore e farsi accanto, per qualche tempo, ci rende ospiti speciali.
Ma in quanto ospiti siamo di passaggio e, con passo lieve, arriva il tempo di riprendere la via.

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