COMPITI DELLE VACANZE E DINTORNI [BLOG G23]

Non so se esiste un mantra al rovescio. Un anti-mantra, per intenderci, che, invece di fare bene, consuma senza pietà.
Una cosa del tipo: Hai fatto i compiti? No, li faccio più tardi.
Falli adesso, che ne hai il tempo. Sì, un attimo
– (il tutto moltiplicato per due).
E poi di nuovo, più o meno allo sfinimento.

Eccomi finita anche io nell’ingranaggio malefico dei compiti delle vacanze.
E quando c’è aria di compiti io, come mamma, mi trovo sempre e comunque a non saper che parte prendere.
Il gigante goffo e lento dell’Istruzione continua ad aspettarsi che la mia, di parte, sia fare in modo che quel che c’è da fare venga fatto, punto. Che io ne sia in grado o meno. Se lo aspetta ancor più dal 4 marzo fino a data da destinarsi, da quando cioè la scuola si è infiltrata in casa senza avvisaglie o istruzioni per l’uso. Il plexiglass c’è già, non l’abbiamo scampato: a scuola tutto continua a essere separato e separante. Dalla vita, prima di tutto.

Il libro delle vacanze è generalmente infingardo: colori e immagini allettanti, claim coinvolgenti e promesse di felicità. Poi, appena girato l’angolo, eccolo qui: l’algoritmo delle radici quadrate e i corrispondenti improperi dei miei figli. Un inghippo perfettamente inutile, considerato che in secondi due il magico mondo del mio smartphone lo risolve senza sforzo alcuno.
Ma il punto non è l’algoritmo in sé o le date della battaglia di Waterloo. Non è il fatidico “programma”, retaggio già superato dalla stessa scuola ma all’insaputa di tutti.
Il punto è non capirne e non condividerne il senso. Un po’ come quelle risposte dei genitori di un tempo: No, perché no. Sì, perché sì. Risolvi 15 algoritmi ma non saprai mai il perché.
Se devo esercitare la memoria, altro esempio, un elenco dei monti con le rispettive altitudini può anche andare bene. Certo, potrei chiedere le formazioni delle squadre di calcio del momento o pretendere le parole di una canzone dei Maroon 5, ottenendo probabilmente gli stessi effetti e una partecipazione più animata.
Ma devo condividerne il senso perché i ragazzi si ritrovino, quantomeno, con una bussola in mano. E io con loro.

Invece no. D’altro canto, anche l’innovazione annunciata dalla ministra salta fuori dal cappello come un coniglio inaspettato. E ha del fascino, non lo nego. Classi meno numerose, digitalizzazione, addirittura la possibilità di andare nel territorio. Ma il senso qual è? Lo vogliamo condividere? Qual è la direzione? Che significati aggiunge e assume e chi me ne fa partecipe?
Chi insegna ai presidi a fare realmente del problema un’occasione? Chi li aiuta a generare processi realmente innovativi? Chi accompagna gli insegnanti a rendere viva quell’idea potenziale e non solo un’ordinanza ministeriale?
Insomma, chi mi insegna a fare la mamma con una nuova idea di scuola? Chi ha voglia, per davvero, di far il salto e lasciare andare ancoraggi inutili, che causano stress e disamore nei “luoghi” della cultura e dell’educazione?

E, quindi, come uscirne? Come rianimare il senso condiviso della scuola?
Se avessi la lampada del genio da strofinare e il diritto a chiedere tre cose ecco cosa chiederei:
1) un colloquio personale con l’altrettanto genio eterno di Maria Montessori, che ci illustri come si può, anno 2020 post coronavirus, scardinare quell’ostinata idea di insegnamento che abbatte i guizzi di curiosità e desiderio nei nostri ragazzi infilandoli in binari datati e automatismi privi di utilità;
2) un’idea concreta, improvvisa e virale, che infiammi la Ministra dell’Istruzione e la faccia paladina per davvero di una scuola che inondi le strade, le ultime botteghe rimaste, i parchi, le aziende, le associazioni e insegni la vita e la cultura facendola;
3) (ma non so se vale) due figli collaborativi, anche divergenti, ma interessati a trovare soluzioni sostenibili.
Perché chi l’ha detto che la scuola dobbiamo farla tutta noi? Chiediamo mai a loro di cosa hanno bisogno? Confidiamo mai nelle loro propensioni e nell’ormai genetico sapersi districare in mondi complessi?

Oggi mi limito a cercare alternative per fare di algoritmi e compagnia bella qualcosa di utile e sostenibile nei prossimi tre mesi. E sopravviverci. E visto che, a breve si tufferanno con noi nel mare ondoso delle skill, annuncio loro che ripartiremo da qui. Sarà dura, lo è sempre, ma ci proviamo così.

Da grandi faranno corsi per gestire il tempo, dovranno smarcarsi nei problemi e inventarsi cose nuove.
Allora val la pena impararlo fin d’ora. Stabiliamo un piano strategico e scandiamolo in settimane. Poi sta a loro distribuirlo giorno per giorno. Se saranno futuri adulti meticolosi o quelli dell’ultimo minuto io, sin d’ora, mi impegno a rispettarlo.
Devono spersela cavare e trovare un loro modo creativo per farlo. A volte procederemo in cordata, più spesso li lascerò salire a mani nude. Io ci metto la fiducia, loro ci mettono la fatica. Ma noi sappiamo che il gusto di farcela è tra i più prelibati.
L’opzione non ho voglia o non lo faccio non è contemplata. E, se si verifica, ha sempre e comunque un suo prezzo. Qui tocca a me barcamenarmi tra quell’odiosa prospettiva della punizione o l’edulcorata versione delle conseguenze. A fine settimana controllo e perquisizione: se manca qualcosa si fa notte, se manca tanto si sta un giorno senza wi-fi. L’equivalente di una pena capitale.

Coraggio ragazzi, imbrattiamoci di cultura che la cultura è vita e viva!

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