Cosa accade dentro di noi quando siamo nell’emergenza?

Siamo da giorni in una situazione definita di emergenza collettiva, che ha implicazioni a livello globale, sociale, economico di ampia portata.
E se andiamo nel piccolo di ogni singola esistenza ciascuno sta vivendo la propria emergenza, trovandosi più o meno in difficoltà, vivendo esperienze più o meno complesse, qualcuno drammatiche, qualcuno più lievi.
Ma cosa accade dentro di noi quando ci troviamo in un’emergenza?
E cosa possiamo fare?

Il sistema della paura e della sicurezza

Siamo tutti dotati, ci dice Stephen Porges, neuroscienziato americano contemporaneo, di una sorta di agente di sicurezza: la neurocezione.

È la capacità istintiva di rilevare il rischio dentro e fuori di noi e serve per dare indicazioni all’organismo se deve attivare forme di difesa dal pericolo. In ogni momento della nostra vita c’è un sistema che lavora sotto la soglia della consapevolezza, capta i segnali che arrivano dall’ambiente interno ed esterno e ne deduce due INFORMAZIONI fondamentali: “è tutto ok, siamo al sicuro”, oppure “c’è pericolo, non siamo al sicuro”.

Se è tutto ok il nostro sistema funziona al meglio delle proprie possibilità e spontaneamente si attiva un circuito filogeneticamente più recente ed evoluto, che attiva il coinvolgimento sociale: una connessione faccia-cuore tra noi e gli altri. I segnali inviati dalle nostre espressioni facciali e dalla nostra voce comunicano, all’altro, sicurezza, e viceversa. Noi occidentali siamo abituati a dare maggiore peso alle funzioni razionali e pensiamo che la rassicurazione passi prevalentemente attraverso ragionamenti logici o parole di conforto, ma gran parte dei segnali che captiamo sono corporei e ambientali. Il coinvolgimento sociale è la nostra connessione con gli altri e ha una fondamentale funzione di co-regolazione. Quando è attivo e ben funzionante anche un evento potenzialmente traumatico non diventa un vero e proprio trauma.

Se c’è pericolo si attiva istintivamente il sistema di difesa della paura. Pericolo è un’informazione dedotta da ciò che il sistema capta dentro e fuori di sé, cui attribuisce un significato in parte determinato universalmente (il contatto con il fuoco è percepito da tutti come pericoloso), in parte derivante dalle esperienze di vita.
Questo significa che ciò che fa paura può non essere necessariamente pericoloso, ma anche solo percepito come tale, attivando così comunque il sistema della paura: complesse interazioni interne modificano la produzione di ormoni specifici (cortisolo, adrenalina…) e attivano il sistema nervoso simpatico per prepararlo e sostenerlo nella reazione. La circolazione del sangue aumenta, la pressione aumenta, il cuore batte più forte, il ritmo del respiro si modifica. Cambiamenti che possono essere temporanei e percepibili se coincidono con una paura circoscritta e improvvisa, ma diventare continui e di sottofondo se la situazione “pericolosa” permane oppure viene percepita come stabilmente presente.

Quando c’è pericolo il coinvolgimento sociale tende a disattivarsi, in parta o totalmente, e ricorriamo a strategie più “primitive”: come il sistema attacco-fuga, in cui c’è attivazione (arousal) e la forma della difesa si organizza per reagire allo stimolo pericoloso o portarsi attivamente al sicuro. Si “attacca” oppure si “fugge”, mettendo in atto comportamenti di volta in volta controllanti, evitanti, aggressivi, razionalizzanti, controfobici.

C’è poi un sistema più arcaico e profondo, meno “evoluto”, che è adattivo in casi e situazioni circoscritte, temporanee e straordinarie: si tratta di una reazione di dis-connessione, di collasso delle funzioni vitali, una “finta morte” operata dal sistema parasimpatico che permette di congelare il sistema (freezing) di fronte al pericolo, permettendo, anche se non sempre, di scampare alla minaccia. Negli esseri umani, tali reazioni (svenimento, congelamento, dissociazione), sono risposte forti e destabilizzanti, che siamo in grado di tollerare solo per brevissimo tempo, proprio per l’impatto che hanno.

In entrambi i tipi di risposta, l’organismo si attiva per proteggersi e provare a ripristinare la riorganizzazione dopo l’effetto dis-organizzante della paura conseguente al pericolo, reale o percepito.
Esperienze traumatiche pregresse possono avere “alterato” il funzionamento del sistema della paura ed esporre alcuni a un rischio anche alto di ri-traumatizzazione e a una grande difficoltà di regolazione dell’emergenza emotiva.

Poiché il sistema della paura coinvolge parti del sistema nervoso centrale profonde, connesse agli stati emotivi (sistema limbico) e di sopravvivenza (sistema rettiliano), la loro attivazione corrisponde a una minore e inversamente proporzionale attivazione della neo-corteccia, deputata, a sua volta, al controllo, alla programmazione e alla analisi razionale dell’ambiente interno ed esterno: ciò significa che più l’emozione è intensa meno siamo in grado di sfruttare in pieno le nostre capacità cognitive.

La paura nell’emergenza Coronavirus

Nella situazione che stiamo vivendo con l’emergenza coronavirus, contattiamo, seppure con intensità diverse, la paura del contagio, una paura primitiva, che rischia di dilagare e assumere intensità importanti perché non ha un oggetto circoscritto e una provenienza specifica: tutto l’ambiente, nella sua indefinita vastità, può essere fonte di contagio. E infatti parliamo con più precisione di angoscia, perché il pericolo percepito è diffuso e non identificabile, non poggia su qualcosa di specifico. A questo si aggiunge la paura di rimanere bloccati e in trappola, un’angoscia claustrofobica che, a secondo dei caratteri, può mobilizzare o immobilizzare, in modo disfunzionale.

#iorestoacasa è un provvedimento contenitivo che ingenera reazioni diverse. Sentito necessario dai più, per alcuni è vissuto come occasione di ritrovare un tempo più lento, calmo, di relazione anche con chi solitamente non si ha tempo di sentire; per altri invece è motivo di forte disagio, o addirittura di profonda sofferenza per il senso di costrizione e l’isolamento, con un aumento esponenziale dell’ansia e delle fantasie catastrofiche. E in genere chi sta più male comunica meno di coloro che stanno vivendo questo tempo anche come opportunità.

È una situazione che crea un capovolgimento delle consuete certezze: se per esempio la possibilità di essere soccorsi da personale medico o accolti in strutture ospedaliere, in caso di bisogno, rappresenta solitamente un elemento rassicurante, nell’emergenza attuale diventa una delle conseguenze più temute, caricata di ulteriori ansie. E il crudo resoconto della situazione negli ospedali alimenta di continuo questa paura. L’evenienza di essere ricoverati, inoltre, si associa alla paura di restare da soli, poiché l’accesso ai parenti non è consentito nelle strutture per motivi di sicurezza. Realtà drammatica anche per le moltissime persone che hanno parenti o amici ricoverati, per il coronavirus ma anche per altri motivi (in ospedali, Hospice, Rsa), e non possono avere notizie o contatti.

In questa situazione l’effetto dei media è stato ed è potente: le notizie sul Coronavirus occupano pressoché ogni spazio, facendo convergere l’attenzione di tutti e mettendo altro in sfondo. Quando prevalgono toni catastrofici l’attivazione del sistema della paura non solo è immediato, ma amplificato dal fatto che il detentore dell’informazione viene spesso percepito anche come detentore della verità. Il che non è reale.

Non solo. I media sono luoghi altamente sociali e socializzanti: tanti comunicano e tanti ascoltano. La globalizzazione e l’interconnessione virtuale allargano incredibilmente l’osservatorio di ciascuno di noi. L’effetto pandemia è sotto i nostri occhi, siamo tutti uniti dallo stesso stato di emergenza e, nello stesso tempo, osserviamo un dilagare non (più) controllabile.

Se i segnali che arrivano dall’ambiente, ancor prima delle parole, sono toni concitati, preoccupati e la percezione prevalente è che gli altri siano spaventati, l’effetto domino è potente: tutto diventa un ulteriore rinforzo a una situazione interna che può essere più o meno in stato di allarme. Per chi ha una maggiore predisposizione all’ansia e all’ipocondria è maggiore il rischio di focalizzarsi sulla paura delle malattie e dei contagi e la comunicazione mediatica catastrofica acquista un forte effetto nocebo.

Infine, non dimentichiamo che la struttura caratteriale può fare una grande differenza nel modo di attraversare l’emergenza. La mappa dell’Enneagramma ci suggerisce che i caratteri più emotivi possono essere maggiormente esposti al disagio dell’interruzione di contatto relazionale; i caratteri razionali più esposti al rischio di rimuginare su quanto sta accadendo, alla ricerca di informazioni, conferme, rassicurazioni, per ripristinare il bisogno di controllo e certezze; gli istintivi più soggetti a meccanismi controfobici e a comportamenti imprudenti per sé e per gli altri.

Quando può servire l’aiuto di un esperto?

Le categorie di persone in potenziale ed effettiva difficoltà sono numerose: persone sole, persone i cui genitori sono colpiti dal COVID, persone con varie fragilità, persone ricoverate e parenti relativi, le coppie conflittuali, le famiglie numerose e con spazi abitativi piccoli.
Gli stessi soccorritori (personale medico, infermieri, asa, oss…) vivono condizioni estreme e avrebbero bisogno di essere sostenuti per reggere il forte livello di stress; tuttavia, sappiamo che attualmente sono proprio le persone meno in condizioni di chiedere e ricevere aiuto, poiché impegnate “in prima linea”. Anche i loro familiari costituiscono una categoria maggiormente esposta ai danni di questa emergenza.
Le persone anziane sono private, in molti casi, della possibilità di vedere i propri figli, e, soprattutto, di occuparsi dei nipoti, sentendo così un grande vuoto. Allo stesso tempo è presente in quasi tutte le notizie e informazioni che sono i soggetti più a rischio e che il rischio può essere letale.

 L’intervento psicologico si rende necessario nei casi in cui il malessere raggiunge livelli non tollerabili e ci sia un disorientamento globale della persona. Lo potremmo definire un intervento di “cura” attiva che, nell’emergenza, mette in campo strategie specifiche per ripristinare un adeguato funzionamento della persona o dei gruppi, attraverso un lavoro di debriefing innanzitutto, il tradurre in parole quello che è accaduto e come ci si sente, accompagnato da una relazione rassicurante e competente a trattare le manifestazioni emotive e i comportamentali emergenti.

 L’intervento di counseling
L’identità professionale del counselor professionista contempla la prevenzione e l’accompagnamento di persone e gruppi ad attraversare situazioni di crisi, favorendo lo sviluppo di abilità relazionali, di gestione dello stress, di attivazione dei fattori di protezione, di consapevolezza delle proprie capacità resilienti.

La funzione protettiva e preventiva del counselor può aiutare a contenere l’intensificarsi del malessere in tutte le sue forme e, in particolare, può:
– offrire uno spazio relazionale in cui stabilire un contatto buono e attivare quello che abbiamo chiamato il “coinvolgimento sociale”;
– fornire l’occasione di mettere in parola ciò che si sta vivendo, liberando il flusso di comunicazione, facendo uscire dalla solitudine e dal non-detto, stimolando il contatto con sé e la consapevolezza delle proprie capacità di resilienza individuale;
– attivare la ricerca condivisa delle risorse a disposizione e la possibilità creativa di cercare nuove forme di organizzazione interna ed esterna nel momento dell’emergenza;
– sollecitare connessioni con altri, nelle forme possibili in questo momento, per rinforzare il senso di appartenenza e la solidarietà;
– favorire la soluzione creativa di problemi specifici temporanei e l’esercizio di una visione prospettica per prefigurare possibili modalità di affrontare il periodo post emergenza (da un punto di vista lavorativo, per esempio).

La presenza e l’intervento nell’emergenza – sia con intervento psicologico, sia di counseling – diventano un’importante fattore di prevenzione del DPST (Disturbo Post Traumatico da Stress), poiché attivano risorse, comunicazione e relazione nelle fasi più critiche ed esposte a rischi di traumatizzazione. Fatto salvo l’invio a professionisti specificamente formati (psicoterapeuti) quando si rendesse necessario.

Da questa ortica, il pericolo, noi coglieremo il fiore, la sicurezza“.

William Shakespeare

Testi per approfondire

  • LA GUIDA ALLA TEORIA POLIVAGALE
    Il potere trasformativo della sensazione di sicurezza
    Stephen W. Porges
    Giovanni Fioriti Editore
  • RESILIENZA E SALUTE MENTALE
    Le sfide nel corso della vita
    S.M.Southwick, B.T.Litz, D.Charney, M.J. Friedman
    Giovanni Fioriti Editore

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