[BLOG G10] Dovere potere volere

La grammatica della scuola media mi è rimasta impressa come incisione su pietra e chissà perché.
Vivevo di rendita, a quei tempi, con addosso una buona fama che la maestra Marta mi aveva cucito addosso.
Il passaggio alle scuole medie, a un centinaio di metri dalle elementari, era sembrato un passaggio a un’altra galassia, ma ci andavamo insieme: una piccola squadra dei “terribili 24” che avanzava di grado, nascostamente titubanti, ma con passo fiero per quel diritto acquisito di diventare grandi.
Ci aspettava una schiera di professori, che non ci azzeccavano l’uno con l’altro, ma avevano in comune una certa severità tale da richiedere che ci si ingegnasse con nuovi stratagemmi per depistarli alle prime curve.
Noi avevamo un impegno oneroso che poco si conciliava con quella pressante richiesta di stare chini sui testi di scuola: fidanzamenti, ritrovi pomeridiani, rotture e riconciliazioni, un’insiemistica di sottogruppi che per stargli dietro ci voleva tempo.

I tre anni delle medie sono stati un gran lavoro di socialità, se non ci si è dentro ci si capisce poco o niente, perché le lenti da cui guardano gli adulti sono ben poco adatte per mettere a fuoco quell’avventura e quel dramma quotidiano che è l’anticamera dell’adolescenza. Tra bigliettini sottobanco e sguardi trasognati fuori dalla finestra come carta assorbente prendevo quel che c’era da imparare, senza farci troppo caso.
So ancora recitare Ange gardien che j’aime che la professoressa di francese esigeva a ogni inizio di lezione, tutti in piedi come soldati a cantilenare inseguendo il suo accento pugliese.
Devo a lei che oggi l’unica serie televisiva che seguo l’ascolto in francese.

E poi la grammatica.
In qualche modo mi intrigava. Pareva un gioco, un Bartezzaghi da risolvere col gusto squisito di arrivare alla fine e mostrare il trofeo. Io, dalla grammatica, come un cappello da mago, tiro fuori ancora adesso oggetti preziosi che uso anche nel mio lavoro.
I verbi servili, per esempio: dovere, volere, potere. Servili perché servono a dare una sfumatura particolare al verbo che li segue. Dover mangiare o voler mangiare cambia il gusto delle pietanze. Poter mangiare, poi, è altra cosa ancora, scontata per alcuni e per altri guadagnata con fatica.

Se appoggiamo sulla bilancia il nostro modo di stare al mondo, usando i pesi dei tre verbi servili, faremo scoperte interessanti: chi è il capofila nelle decisioni quotidiane? Ciò che dobbiamo, vogliamo o possiamo? Ci sono forse sbilanciamenti?
Tra i tre è dovere quello che di solito raccoglie più punteggio, perché la richiesta sociale è sbilanciata ampiamente in quella direzione: costella le nostre giornate e vite dandoci indicazioni, appiccicandoci richieste e prescrivendoci comportamenti.
Lo impariamo dalle labbra di mamma e papà, lo ritroviamo nelle aule tra cui trasmigriamo per diversi anni, ce lo ripropone l’azienda, il personal trainer, il consiglio dell’amica, le rubriche su carta stampata, le aspettative, più o meno dichiarate, del nostro /nostra partner, la tabella di marcia del nutrizionista e via dicendo.

Quando comincio a voltare le carte di volere e potere noto un lieve guizzo nello sguardo dei miei clienti, come se venisse indicato uno scrigno pieno di cose e si materializzasse la possibilità di aprire il lucchetto e guardarci dentro.
E così facciamo.
Avevo un cliente, tempo fa, che sin da bambino aveva costruito la sua identità a forza di senso di responsabilità: era affidabile, competente e, grazie a tutto questo, aveva trovato lavoro in una prestigiosa multinazionale.
Era entrato dalla porta del mio studio perché qualcosa cominciava a scricchiolare: una fastidiosa ansia che non se ne andava, gli portava via il sonno e lo rendeva irrequieto e nervoso con tutti. Lui che sempre stato amato dagli amici ed era un compagno amorevole, disponibile e con una grande propensione ad accondiscendere i desideri altrui.
L’impatto che aveva avuto su di me era di grande pacatezza e gentilezza, ci aveva messo qualche incontro per riuscire a darmi del tu e slacciarsi la cravatta. Un profumo di perfezione che, tuttavia, si stava crepando.
Il dovere, per lui, era un enorme faro che gli illuminava la strada davanti. E, tra l’altro, non aveva esitazione di sorta quando doveva decidere tra sé e gli altri.
E così abbiamo iniziato a cercare: sfoderando il bigino di grammatica ci siamo sbilanciati a mettere all’inizio delle frasi, fossero anche domande, posso e voglio.  I primi tempi balbettava risposte, inesperto com’era a chiedersi dove andasse il suo piacere e quanto fosse il suo potere.
La strada era in salita: quando ci togliamo la maschera e guardiamo a viso scoperto la vita c’è un senso di vertigine che ci fa traballare tutto. La maschera va posata con garbo, è stata la migliore protezione che ci siamo inventati per far fronte agli eccessi atmosferici della vita. Bordate di vento che hanno rischiato di farci cadere; piogge torrenziali che ci hanno infreddoliti e spossati, ma anche un sole cocente del tanto amore di chi ci ha cresciuti. Il sole scalda e nutre ma brucia anche e abbaglia, velando la vista della strada che ci appartiene.
Con coraggio lo si può fare: si comincia così, girandosi tra le mani la propria maschera, mettendola e togliendola per abituarsi. Ci vuole tempo e rispetto. Ci vuole gratitudine per la saggezza, dei bambini che siamo stati, nello sceglierci il modo migliore per non perdere l’amore, perché l’amore, in qualsiasi formato arrivi, è la linfa vitale che ci tiene in piedi.

Anche nei personaggi del mio condominio interiore, come suole dire il mio amico Riccardo, c’è un signor Devo, che gioca una parte più che utile ogni mattina al suono della sveglia e che scandisce le mie giornate in modo che io non faccia gimcana tra le cose che non mi piacciono granché e non mi cacci nei guai.
Tuttavia, a volte, prende le sembianze di un minuscolo grillo parlante che usa una lingua slang, masticata per le vie di questa città prestante, che viaggia ad alta velocità e prende dentro incurante il nostro sacrosanto istinto al piacere.
Lo sento sempre attento, credo sia appollaiato sulle spalle per avere una buona visuale, perché la sera me le ritrovo indolenzite per il peso del suo appoggio. Non mi molla, il signor Devo, anche se sussurra. Una voce punzecchiante che mi ricorda di non perdere tempo, di non avere fatto abbastanza, di dover fare di più e cose del genere.
Non è roba del tutto mia, credo che ce la diano in dotazione qui al Nord, sotto le sembianze di una onorificenza che, ahimè, nasconde anche una gran fregatura…

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