[Facile e sicuro! BLOG G39]

Trillo e vibrazione: afferro il cellulare al volo, mentre mi sto dirigendo verso l’auto, pensando sia una comunicazione di servizio intra-familiare. Invece no. È la nostra splendida rappresentante di classe – e non è ironico, intendiamoci. Ci informa che, pochi giorni dopo, i nostri ragazzi avrebbero incontrato niente di meno che l’autore di alcuni libri che li hanno accompagnati in questi due anni. Evviva! Che bella idea! 

Mi sovviene quella celebre frase de “Il giovane Holden” di Salinger: “… e vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.
Ecco, sì, quante volte finisco un libro e vorrei sedermi al tavolino di un bar con quella genia o genio che l’ha scritto.

Mi perdo un po’ via in questa immagine poetica, i ragazzi trepidanti, lui che si infila tra i rettangolini sullo schermo e loro che vedono materializzarsi quella penna da cui sono uscite le storie che hanno letto.
E poi domande, curiosità, spiegaci come si fa a fare lo scrittore, cose così.

Mi interrompo per andare avanti a leggere, mentre infilo le chiavi nel cruscotto gelato, perché l’annuncio della rappresentante ha una coda cui non avevo badato.
Pertanto – dice il messaggio – bisogna al più presto produrre una dichiarazione scritta in cui ogni genitore autorizza la presenza di un estraneo alle videolezioni”.

Mi stropiccio gli occhi. Ma per davvero?
L’insegnante ha una bellissima idea, invita uno scrittore e io devo produrre l’ennemillesimo consenso??
Inezia, certo, e infatti il punto non è questo piccolo episodio di ordinaria follia quotidiana.

Ma a me balza all’occhio la capacità quasi scientifica che abbiamo noi umani di complicare le cose. 
Complicato deriva dal latino cum plicum e plicum significa “piega”. Noi prendiamo le cose, le situazioni, i discorsi, le relazioni e ci mettiamo a far pieghe qua e là rendendo più difficile tutto. Mettiamo ostacoli, insomma.
E poi dobbiamo passare del buon tempo a togliere le pieghe. A s-piegare.

Eppure, su qualsiasi media decidiamo di andare, FACILE è una delle parole più inflazionate: Facile! Basta un click!
E tutto accade, abbattendo ogni difficoltà e sforzo.
Chi si occupa di comunicazione si studia ben bene i nostri punti di maggior sensibilità e martella proprio lì: odiamo le complicazioni, ne costruiamo a bizzeffe e tutti ci offrono generosamente ogni genere di facilitazione.

Che meccanismo bizzarro. 

Non solo. L’esempio di cui sopra, quello del benedetto consenso che poi, obbediente, sono andata a produrre, accende un’altra parola chiave della nostra contemporaneità: SICURO. Io do il mio consenso e la mia preside è SICURA che non la denuncerò perché un losco figuro si è infilato nel desk di mia figlia.

E infatti, mentre rifletto su tutto questo, l’autoradio alletta il mio tragitto e mi propina quattro, dico quattro, pubblicità seriali in cui la parola SICURO è lo specchietto per attirarmi a usufruire dei più svariati servizi Drive-in (tu stai in macchina e ti portiamo tutto noi) o direttamente a domicilio, così da non espormi ad alcun rischio.
E non crediate, io ci casco. Il prossimo acquisto lo farò con un facile click perché, in effetti, è comodo e sicuro. E costa meno.

SICURO e FACILE, allora.
A dirlo mi sento bene. 

Ma perché, allora, non possiamo darle per buone? 
Semplice: perché sono finte. Perché si tratta di una finta sicurezza e di una finta facilità.
Ne è prova che continuiamo ad avere tanta paura e a fare una grande fatica a vivere in questo mondo.
E, intendiamoci, non credo affatto si tratti di uno degli effetti nefasti del virus del momento. Lui, questa deriva, l’ha solo acuita.
Viviamo e costruiamo mondi che sono tutt’altro che facili e sicuri.

Cos’è, dunque, che propongo di diverso? 

Comincio da qui, a scriverne. A mettere in dubbio che questo nostro sistema sociale funzioni. A ridare un significato vivo alle parole. A pormi la questione, insomma, e a darmi la possibilità di dibattere la cosa con altri per farci venire idee.

Fatta la tara di una prudenza nella vita che do per scontata, la nostra umanità non può che perdere se insegue l’illusione di annientare tutti i rischi.
Non si vive più. E la beffa è che, comunque, non ci toglie la paura. Ci fa vivere nella paura.

Il senso di sicurezza non nasce da una guerra impari a tutte le possibili insidie che intercalano la vita. 
Nemmeno dall’edificazione di barriere d’ogni sorta per preservarci.

Psicologi, neuroscienziati, antropologi, etologi, sociologi dicono da un po’ che il senso di sicurezza, quello vero, nasce da due condizioni: dalla capacità, tutta da imparare, di trovare dentro sé un luogo sicuro in cui andare, qualsiasi cosa accada; e poi da buone relazioni, costruite e curate. Da sguardi reciprocamente rassicuranti: ci sono io, stai tranquilla/o. 
Da mani strette per dirsi che non siamo soli. 
Da visioni collettive che ci comunichino appartenenza e solidarietà: se ti accade qualcosa, perché accade qualcosa, ci siamo noi. Noi vicini, noi amici, noi politici che, guarda un po’, siamo qui per proteggere la tua qualità della vita.
Noi giornalisti, noi imprenditori, noi che gestiamo insomma la grande comunicazione di massa e che sforniamo, accanto a SICURO e FACILE, incessanti immagini e messaggi terrificanti che richiedono altrettanto incessanti antidoti del terrore che ci provocano.

Non ho alcuna illusione di arrivarci con tutti e due i piedi in questa mia vita. È troppo breve e non sono così brava.
Ma so che voglio incamminarmi, quantomeno, in questa direzione, provando a invertire la rotta.
E mi piacerebbe farlo insieme, perché da sola, appunto, non vado da nessuna parte.

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