GESTALT

L'APPROCCIO UMANISTICO IDEATO DA FRITZ PERLS

COS'E' LA GESTALT?

La Gestalt è nata come approccio di psicoterapia fondato negli Stati Uniti da Fritz Perls (1893-1970).
Due parole su ciò che precede l’ideazione di questo approccio. Agli inizi del ‘900 nasceva in Germania la Psicologia della Gestalt che si occupò, in particolare, degli effetti della percezione, dimostrando che le immagini vengono percepite come configurazioni globali diverse e più complesse della somma delle loro singole parti, come avviene ad esempio nelle illusioni ottiche. Il termine Gestalt in tedesco è traducibile con forma, struttura, configurazione: indica un insieme di diversi elementi che costituiscono un tutto completo, armonico e significativo.

Figura e sfondo, nel gioco percettivo, sono elementi chiave che, vedremo, diventeranno centrali nell’approccio di Perls: ogni aspetto personale o ambientale dipende e si configura a partire dalla relazione con il tutto di cui fa parte. Il potere che abbiamo, a livello percettivo, di mettere in sfondo o primo piano un oggetto, possiamo utilizzarlo anche per conoscere e trasformare la nostra realtà interna. Possiamo consapevolmente “mettere in figura” (portare il focus) o allontanare sullo sfondo, così come possiamo osservare che ogni elemento in figura ha un senso se guardata nel suo tutto di cui fa parte.

Anche il contributo di Kurt Lewin, con la sua teoria del campo, ha creato le basi di tanta parte dell’attuale approccio gestaltico e, ancor più in generale, di una impostazione “sistemica” che oggi attraversa la maggior parti degli approcci: Lewin, infatti, studiò le dinamiche di funzionamento dei gruppi, dando il via, in quegli anni, a un intenso fiorire di contributi e pratiche di gruppo. Se ogni singola parte può essere osservata solo come parte di un tutto che, a sua volta, assume una forma unica, originale, non semplicemente somma delle sue parti, il cambiamento di una parte influenza e condiziona il tutto. Appoggiandosi alla teoria dei sistemi utilizzò questa intuizione per sperimentare forme di conduzione dei gruppi molto più efficaci.

Sono famosi gli esperimenti da lui condotti e commissionati dal governo americano per modificare le abitudini alimentari delle donne dopo la seconda guerra mondiale: per incentivare a cucinare le frattaglie, Lewin dimostrò che gruppi attivati a un funzionamento circolare, dove le partecipanti venivano coinvolte nei processi decisionali, producevano i cambiamenti desiderati, mentre quelli condotti più tradizionalmente in modalità frontale e didattica non portavano pressoché ad alcun risultato.
Oggi tutto questo è ormai integrato nel nostro modo di concepire e stare nei gruppi, ma in quegli anni è stato davvero parte della grande rivoluzione culturale e sociale che ha cambiato il modo di vivere e di fare psicologia. Perls usciva dallo studio, composto da sedia e lettino, e mostrava il suo modo di lavorare davanti a platee numerose, utilizzando i gruppi come mai era stato fatto prima.

La Psicoterapia della Gestalt si rifà in gran parte anche alla fenomenologia, ovvero al movimento filosofico derivato dal lavoro di Edmund Husserl, secondo il quale ognuno conosce veramente solo quello che sperimenta e organizza le conoscenze a seconda dei contenuti che già gli appartengono. Il metodo fenomenologico comporta l’osservazione di quanto accade con un atteggiamento neutrale e scevro da pregiudizi e invita ad astenersi dall’interpretare i significati dei singoli elementi, preferendo una descrizione accurata dell’insieme nella sua forma complessiva.
Si diffuse soprattutto negli anni Sessanta, quando la nuova rivoluzione culturale, con il suo portato di ribellione giovanile verso i valori del passato, esaltò l’espressione creativa, l’indagine interiore, la libertà dagli schemi precostituiti, e la psicoterapia fu vista come un mezzo per migliorarsi e trasformare se stessi e la società.

La Gestalt si può ben definire un approccio umanistico e olistico, nel solco di quella “Terza forza” che comprende anche quelli di Carl Rogers, Abraham Maslow, Rollo May e sta alla base di quelli più corporei di Wilhelm Reich e Alexander Lowen.

Partendo dall’assunto che per comprendere un comportamento è importante non solo analizzarlo (lo stesso Perls proveniva da una formazione psicoanalitica, che dominava nella psicologia del tempo), ma percepirlo nell’insieme del contesto, capì che, poiché i significati dell’esperienza soggettiva sono costruiti internamente nel contatto con l’ambiente, andando a costituire il proprio mondo di "vedere il mondo”, è fondamentale portare consapevolezza su questo.

L’individuo e l’ambiente rappresentano un unico sistema interagente, che si autoregola e cresce in funzione di ogni elemento che ne fa parte; il disagio psicologico assume perciò il significato di un mancato “adattamento creativo”: il perpetrarsi di meccanismi autoprotettivi utili nell’età dello sviluppo, quando si avevano meno risorse per fronteggiare le difficoltà relazionali e ambientali, diventa un copione rigido e non adattato alle condizioni del presente di adulti, parte di un contesto che nel frattempo ha assunto forme diverse.

A differenza e in contrasto con gli approcci psicanalitici di derivazione freudiana, la Gestalt si occupa soprattutto di osservare e verificare la consapevolezza dei propri processi interni e relazionali, stando nel qui e ora dell’esperienza piuttosto che nel là e allora del passato, prestando maggiore attenzione al “cosa” e al “come”, piuttosto che al “perché” dei comportamenti. La relazione d’aiuto ad approccio gestaltico rappresenta una sorta di “laboratorio” in cui un cliente può scoprire, osservare e integrare diversi aspetti della sua personalità, sulla base dell’esperienza diretta con il terapeuta, per il quale è più importante l’esperienza di un comportamento che la sua interpretazione.

Se siete interessati a conoscere meglio Fritz Perls vi consiglio la sua originalissima autobiografia Qui e ora. Psicoterapia autobiografica.

COSA HO IMPARATO DALL'APPROCCIO GESTALTICO
E COME LO UTILIZZO?

L’approccio gestaltico mi ha insegnato a osservare il “confine di contatto” tra sé e l’ambiente (intendendo per “ambiente” tutto ciò che è altro da Sé). È su questo confine che attiviamo le nostre difese, più o meno efficaci, che spendiamo le nostre risorse, che facciamo apprendimenti, che siamo più o meno presenti, vitali, efficaci. Su quel confine c’è tutta la nostra storia, che ha segnato e dato l’impronta al nostro modo di incontrare il mondo. E c’è la nostra possibilità di alternare con competenza presenza e ritiro, espansione e contrazione, permeabilità e impermeabilità. Tutto serve, a patto che siamo capaci di mantenere flessibilità e cambiamento. Gli eccessi, in genere, producono disfunzione e malessere.

Così lavoro per imparare a stare su quel confine in modo funzionale, partendo dalla consapevolezza del nostro modo originale di starci e sperimentando altre possibilità.

La Gestalt mi ha segnato a portare creatività nel mio lavoro. Ogni vita merita un romanzo si intitola un famoso testo di due psicoterapeuti gestaltici (Irving e Miriam Polster): ogni cliente ha una propria storia e ogni relazione non può che essere una storia unica e originale, creata insieme.
Anche la relazione di aiuto lo è: il percorso di cambiamento, che permette di trasformare il malessere e stare meglio, non può che essere una co-creazione creativa, a partire dall’originale esperienza e personalità di ciascuno. Nel qui e ora della relazione che si crea, e liberando gradualmente la spontaneità che in tanti casi è bloccata e inibita, la creatività entra a fare parte della vita e permette di accedere con resilienza alle proprie risorse a seconda delle situazioni.

Del gioco figura-sfondo, centrale nella teoria gestaltica, sperimento la potenza ogni volta che accompagno i miei clienti a provare con me la loro capacità di portare l’attenzione intenzionalmente su ciò che sentono positivo e risorsa, mettendo in sfondo ciò che li opprime o blocca. È un processo che va allenato, non c'è magia ma dedizione e costanza. I risultati però sono l'acquisizione di una maggiore capacità di spostarsi dai momenti difficili e recuperare maggiore ben-essere ed equilibrio.

Mi ha insegnato a “mettere in scena”, dando modo di vedere e sperimentare possibilità inedite per uscire da copioni cristallizzati e rendere il nostro stile di relazione flessibile, protettivo ma ricettivo.
Perls aveva amato e fatto teatro, introducendolo nel suo lavoro sia dal punto di vista teoretico (il proprio mondo interno immaginato come insieme di parti che interagiscono tra loro, che rappresentano le differenti “tensioni”) sia dal punto di vista terapeutico (alcune tecniche consentono di mettere in scena le parti).

È così che negli anni ho verificato la potenza di rappresentare ciò che diciamo a parole o ciò che fatichiamo a dire con le parole.
Rappresentare con il corpo o anche solo con un disegno, con oggetti, con i Playmobil (nelle "costellazioni gestaltiche"). La visione di ciò che rappresentiamo ha un effetto sulla comprensione, inaspettato dalla maggior parte delle persone, e si presta a essere “modellata” fino a renderla più in linea con i propri bisogni e desideri.

Nell’approccio gestaltico ho trovato che aggressività (termine che deriva da ad-gredire, andare verso) indica la spinta verso la vita e la realizzazione di sé: siamo culturalmente abituati ad attribuire un significato negativo a tale parola, mentre possiamo imparare che una giusta dose di aggressività, di spinta in avanti, di energia attivante, è fondamentale per affermare sé e i propri bisogni e concretizzare i propri progetti.
E, soprattutto, lo è se non viene esercitata contro qualcuno o qualcosa ma a favore di un processo di sana assertività. Per alcune strutture caratteriali è difficile: il rischio di ferire, il senso di colpa e il senso di inadeguatezza possono svuotare la spinta aggressiva e impedire la crescita e l’autorealizzazione, fino a causare malessere e disfunzionamenti importanti nelle relazioni.

COSA HA DA DIRE L'APPROCCIO GESTALTICO 
AL NOSTRO MONDO CONTEMPORANEO?

Ogni approccio teorico è figlio del proprio contesto sociale e culturale e sopravvive solo se sa evolvere e mutare in funzione dell’evolversi e del mutare del contesto stesso.
Nei decenni la Gestalt ha saputo modificare il proprio contributo e mi ha permesso in questi anni di imparare a osservare e intervenire su alcuni aspetti tipici della società contemporanea.

È stato il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman a coniare l’espressione società liquida per indicare come oggi “il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza”. Mentre fino a pochi decenni fa avevamo punti di riferimento chiari e solidi (le istituzioni, le professioni, il modo di regolare le questioni collettive…) oggi tutto è più libero, possibile, aperto e, allo stesso tempo, meno definito e prendibile. Ciascuno deve sapersela cavare con la propria spinta individuale.

Ma non è facile farsi strada e trovare sempre un proprio modo originale di stare nelle situazioni o il proprio posto nel mondo e crearsi un futuro professionale soddisfacente. Problem solving, creatività, assertività sono competenze che possiamo allenare e che ci consentono di "surfare" su questa liquidità con maggiore stabilità.

Anche le relazioni sono più liquide, meno radicate, e le emozioni non trovano contenitori che abbiano l’effetto di tenerle regolate: un esito diffuso è una grande paura a stare in intimità (andando oltre il concetto più specifico di intimità sessuale) e a coltivare buone relazioni. Ci si rifugia in altro, nelle dipendenze per esempio, nel mondo virtuale, più controllabile, o nella rinuncia.
Occorre, quindi, imparare a stare in relazione in una dimensione di reciprocità e intimità, senza essere travolti dall’ansia, uno dei mali del nostro secolo, ma potendo godere del piacere e del nutrimento delle relazioni.
Quante volte mi capita di osservare le reazioni di molti, alle prime esperienze in gruppo, quando invito a guardarsi negli occhi, in silenzio, semplicemente stando in quella forma di contatto. Inizialmente l’ansia è elevata e impedisce ad alcuni di sostenere lo sguardo altrui. Ma poi, con pazienza e senza forzare, si arriva a sperimentare che non solo è possibile, ma apre il cuore e rende davvero migliori le relazioni.

Oggi la Gestalt, approccio esperienziale e quindi corporeo, contribuisce a ri-sensibilizzare il corpo: solo se possiamo “sentirci” e percepire il nostro confine personale possiamo affermare chi siamo e modulare il contatto con gli altri perché non sia né troppo rigido, e quindi chiuso, né eccessivamente aperto, e quindi a rischio di con-fusione con l’altro.

Solo se ci sentiamo possiamo sapere “dove siamo”: nel qui e ora, l’unica dimensione temporale su cui abbiamo veramente potere, siamo realmente presenti se siamo in contatto pieno con noi stessi, in tutte le dimensioni di cui siamo fatti. Coltivare la consapevolezza di che cosa sente il nostro corpo, quali pensieri animano le nostre menti e quali emozioni circolano è la premessa imprescindibile per cambiare e darsi la possibilità di stare meglio. Immaginate una cartina geografica: se vogliamo andare da qualche parte dobbiamo necessariamente sapere da dove partiamo. È il nostro qui e ora, percepito prima di tutto dai nostri sensi e, quindi, dal nostro corpo.

Alessandra Di Minno

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