[Il cambiamento che non vogliamo essere BLOG G38]

Sullo schermo piatto passano le immagini di una finale di tennis tra due grandi, giocata su un soffice tappeto erboso, in tempi non sospetti. C’è anche scritto: siamo nell’era pre-Covid.
Mi fermo e sogno una vita futura – qualora all’universo venisse davvero in mente di reincarnarmi da qualche parte – in cui saper tirare un rovescio tagliato così di classe.

E poi, improvvisamente, il mio occhio viene catturato da altro: il pubblico.
È estate, sono tutti vicini, colorati, sbracciati, senza mascherina, allegri e ignari che un giorno, e per un po’, quella libertà l’avrebbero perduta.
Mi prende una sensazione strana che, tradotta, potrebbe assomigliare a “Ma come, non hanno la mascherina?”, ricordandomi che la resilienza dell’essere umano è così efficace da normalizzare ciò a cui dobbiamo forzatamente abituarci. 

Ma poi mi prende un moto di nostalgia, mi giro verso Pietro e lo guardo cercando di carpire l’effetto che fa a lui. Non batte ciglio, è preso dal punteggio in bilico e non si lascia scalfire da questa vena malinconica. 
Io, invece, me la tengo tutta la mia malinconia. E ci rifletto un po’.

Così ripenso al titolo del mio blog: il cambiamento che vogliamo essere.
E mi vengono in mente, oggi, tutte le volte in cui il cambiamento non lo vogliamo proprio essere.
Non mi riferisco al rifiuto che, più o meno inevitabilmente, opponiamo a cambiamenti peggiorativi.
In questi casi è il nostro naturale volgere al ben-essere che punta i piedi. 

E, sempre in questi casi, spunta fuori la resilienza di cui sopra, la pazienza, l’accettazione e tutte quelle possibilità che abbiamo in dotazione per non combattere strenuamente, rendendo, tra l’altro, ancor più faticoso il cambiamento non voluto.

Questa benedetta pandemia non l’avremmo voluta. 
Ci stiamo barcamenando, siamo così bravi che ne caviamo anche cose buone, perché, spesso, i pezzi di strada più irti e sconquassati ci insegnano più delle passeggiate piane e da principianti. 

Mi riferisco, piuttosto, a tutte quelle volte che vorremmo cambiare, desideriamo cambiare, ma proseguiamo con tenacia in direzione contraria.
È una forza, quella che si oppone, un infiltrato dentro le nostre buone intenzioni.
Si smarca con agilità, boicotta sistematicamente, ha un piglio che, se riuscissimo a invertirgli la rotta, potremmo conquistare le più alte vette dei nostri desideri.

E invece no, rema contro, mantiene la sua direzione e sembra non esserci modo di trattare.
Freud, al suo tempo, aveva deciso di chiamarla con un’espressione bruttina ma chiara: la “coazione a ripetere”. Ripetiamo schemi e copioni che conosciamo bene, pur se sappiamo che non ci fanno bene. E che, spesso, non ne fanno a chi ci è accanto.

Un istinto che appartiene a quella spinta naturale, e anche fondamentale, del mantenere e del conservare: stiamo dentro ciò che conosciamo perché così lo conosciamo. Risparmiamo energia, evitiamo la strada nuova, che a lasciarla non si sa quel che si trova. C’è della paura, a frenarci. C’è dell’orgoglio. C’è la tristezza nel lasciar andare.

Non riesco” diciamo. 
A ben guardare quel “non riesco” ha più l’aria del “non voglio”.
Ecco, il cambiamento che NON vogliamo essere.

Non voglio mangiare diversamente. Non voglio rompere una relazione insana. Non voglio prendere una decisione. Non voglio modificare il mio atteggiamento.
Immagino che ciascuno abbia la sua lista a portata di mano.

Se convertissimo in tanti “non riesco” sarebbe più facile da una parte, perché ci solleveremmo dalla responsabilità del cambiamento, ma sarebbe anche una quasi assoluta dichiarazione di impotenza: se “non riesco” significa che non ho possibilità. Non posso. Non ne ho il potere. 

Dunque “non voglio” mi restituisce potere: il potere della scelta.
Sono io che scelgo di non cambiare.
Il che, oltre a essere onesto, è anche una grande apertura alla possibilità di farlo. 

Non ci stiamo smentendo, in fondo.
Vogliamo cambiare e, allo stesso tempo, non lo vogliamo.
C’è una coesistenza di forze che tirano di qua e di là. Ambi-valenze. Poli-valenze, a volte. Quando le forze sono più di due. Perché noi umani siamo ben complessi e, come dice un caro amico, abbiamo un condominio dentro di noi, molteplicità di parti che devono mettersi d’accordo in ogni momento per darci la direzione nelle nostre vite quotidiane.

E quindi che fare? 
Niente. Cominciamo a cambiare il modo di descrivere ciò che ci accade. 
Voglio e non voglio cambiare. Ma posso. 
Certo, occorre pazienza, tempi, allenamento.

Non è una magia, il cambiamento: è imprimere una direzione e avere cura che prosegua.

E se prevale il “non voglio”? 
Facile, non muoverò un dito. Ma, verosimilmente, qualche parte di me ne uscirà sconfitta e infelice.

E quindi?
Quindi potremo decidere, in qualsiasi momento, di cambiare idea. Di provarci. Di vedere che effetto fa. Tapparci il naso e fare il tuffo. Ricordarci che, quando abbiamo avuto il coraggio di farlo, abbiamo sentito il vuoto e il fresco dell’impatto, ma poi abbiamo nuotato con gusto e ci siamo goduti la fierezza. 

Il cambiamento è libertà: siamo liberi di sceglierlo molto più di quanto pensiamo.

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