IL MONDO E’ CAMBIATO [BLOG G27]

Giro per la città, cammino, pedalo, guardo. 
Dove siamo, ora? In che punto della storia ci troviamo?

Il mondo è cambiato, dice l’azienda dei trasporti milanese a caratteri cubitali sui muri della metropolitana.
Cartelli, pubblicità, assicurazioni, titoli e articoli, tutto a confermarmelo: il mondo non è più come prima.
Se poi mi distraggo ci pensano le benedette mascherine, piccolo lembo di tessuto diventato parte della sagoma.

Annuisco. Il mondo non è più come prima.
In un guizzo di coscienza mi salgono domande: Ma è una buona notizia? O una perdita drammatica? È solo un cambio d’uso o un salto, evolutivo o involutivo, imprevisto?

Intanto però, in attesa di capirci, qualcosa mi ammonisce: Basta poco, una svista, e tutto tornerà a fermarsi.
È la pubblicità progresso di Regione Veneto, sul pezzo, che mi ricorda di non distrarmi perché il baratro è a pochi centimetri, in agguato.
Ma non lo era anche prima?

Comunque, restate a casa, ce lo dicevano in tutte le salse. E noi lo abbiamo fatto. E ora riprendete, tornate a vivere, ma su la guardia. E noi ci stiamo riprovando.
Però Staysafe, è il motto. Resta al sicuro.

Ma non lo era anche prima?

Prima di tutto la sicurezza, lo sappiamo ormai da tempo. 
Per fare quasi ogni cosa occorre prima essere sicuri di non sbagliare, di non ammalarsi, di proteggerci, di guardarci le spalle, di seguire i protocolli. Sicuri di non essere denunciati per qualcosa, di non metterci troppo la faccia, di non pestare i piedi a nessuno e di non offendere la sensibilità di qualcuno. Che poi, non si sa mai. 

Cos’altro, dunque? Cos’è che fa davvero questo mondo diverso da quello di prima?

Giuseppe è un imprenditore, viene da me perché non dorme, ha un’ansia che lo attanaglia. Lo sa bene, lui, che in autunno pagheremo il vero conto. 
L’economia è ferma, una cappa di incertezza che fa restare coi piedi bloccati sul posto.
Stai qui, dice il cerchio rosso sul pavimento, fai la tua fila fermo qui.
E noi qui, ad aspettare. Cosa, non si sa. È l’epoca dell’incertezza. Dell’attesa di un non so. Un vuoto di visione sui giorni a venire che proviamo a colmare con previsioni e predizioni, necessarie quanto inutili.

Ma non era così anche prima?

Non sono anni che parliamo della “crisi”, e chissà quando finirà? Non è da tempo che vediamo vicini perdere il lavoro e guardiamo impotenti giovani, uomini e donne che vogliono lavorare e non riescono a lavorare?
Non ci siamo detti infinite volte quanto liquida sia questa società? Quanto incerto, imprevedibile e navigabile solo a vista sia questo nostro tempo?

Non eravamo sovrappopolati e incapaci di garantire a tutti i diritti e i bisogni primari, tra cui quelli di cure dignitose e di una morte dignitosa? Non eravamo fragili, incerti, mortali, spaventati? Non sapevamo già di catastrofi ambientali ed errori madornali?

Non so se ci sia del disincanto, del sollievo o dell’irritazione ma, a pensarci bene io, questo mondo, lo vedo come prima.
Anzi, lo vedo più di prima. 
È come guardo il mondo che non è più come prima. 
È il grado di consapevolezza che mi è cambiato.

Quel che mi sembra sia accaduto è che le mani così dentro non le avevamo messe mai. 
Che eravamo avvolti da una pellicola invisibile e ci sembrava bastasse.
Un’anestesia locale per proseguire la strada senza darci troppa pena. 
Vivevamo in massa un piano A.  Ineluttabile piano A, col prezzo alto che ben conosciamo, ma garante di qualcosa cui non rinunciamo.

Adesso no. Sappiamo che accade. Che accade l’imprevedibile e che ci fa tutti uguali. D’improvviso e senza averlo mai immaginato, è arrivato un piano B.
Attorno a quel minuscolo quanto potente epicentro, e alle sue rovine, abbiamo dovuto studiare un piano B.
Ci siamo trovati costretti a spegnere le auto, fermare la corsa, pulire l’aria e abbassare i rumori. 
Abbiamo dimenticato le resse, le file, gli eccessi e quella costellazione di “non potrei farne a meno”. 
Abbiamo esplorato il virtuale e rimpianto il corporeo. E una lista, che ognuno sa.

Il mondo non è cambiato: può cambiare.
Quello piccolo, individuale, e quello di tutti.
Perché questa, o quella di pochi mesi fa, non è l’unica versione possibile.
Siamo reduci da uno spavento, forte e improvviso, che ha disappannato le lenti e mostrato cose.
E, tra le cose, che, a volerlo, soluzioni alternative ce ne sono sempre.

Sapevamo già anche che il mondo è complesso e che starci dentro, senza finirne trascinati, è un’impresa difficile.
Io, a volte, mi ci perdo, tra le vie intricate di questo mondo.
E mi serve una vista dall’alto, che renda tutto piccolo, come, poi, siamo per davvero.

Lascio la bici, i piedi e i miei pensieri e ri-partiamo, che è possibile. 
Come dice una cara amica, ri-partiamo: partiamo di nuovo, ma anche condividiamo. 
Perché da soli, l’impresa, è pressoché impossibile.

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