Inno all’alternanza [BLOG G33]

La Bella Tartaruga era la canzone che più amavo da bambina.
Quando l’ascoltavo, e canticchiavo, immaginavo il Biondo Tartarugo e il bosco di carote. 
Ma, soprattutto, mi piaceva già da allora quel cambio di velocità che l’aveva resa così felice.
Sì, perché la Bella Tartaruga correva come noi e poi avvenne un incidente e un muro la fermò.

In verità la canzone è un inno alla lentezza.
E noi ci siamo innamorati anche di questo, di tutti gli Slow-qualcosa che ci siamo inventati. 
Slow food, slow watch, slow fashion, slow cooker. E che, diciamolo, sono diventati anche un po’ chic. 
Forse perché il passo lento non ce lo possiamo permettere tutti?

Andare piano, ormai lo sappiamo, ci fa bene. 
Non stressa l’organismo, non blocca il respiro, né lo affanna. Non ci fa prender dentro le cose, gli affetti, le situazioni, né ci fa perder pezzi per strada, come accade quando si ha le mani troppo piene.

Ad andar piano si ha la possibilità di cogliere i dettagli.
Giorni fa, dopo aver lasciato i ragazzi davanti a scuola, ho girato l’angolo lentamente e visto un ragazzino di undici anni circa che passava in solitaria davanti a una chiesa e si fermava qualche istante, sul marciapiede, a fare un inchino e il segno della croce. 
Mi sono commossa.  Che scena inconsueta, che gesto delicato. Un dettaglio.
Se corro, vedo l’essenziale: la direzione e gli ostacoli principali da evitare. 
Se cammino lenta ho tutto il tempo di aprire i sensi e permettergli di accorgersi della ricchezza che mi circonda.
E mi prendo occasioni di provare piacere, stupirmi, conoscere.

Par condicio, propongo un inno alla velocità.
Per esempio: i cuochi che tagliano la verdura disinvoltamente veloci hanno una destrezza che mi affascina e che ha della bellezza. Gli sprint sportivi incitano le folle, smuovono quel gusto dell’andare oltre i limiti, del tendere all’estremo. Adrenalina, piacere, tensione verso possibilità inedite.
La musica veloce fa ballare, una connessione veloce dissemina sapere e passa parole e possibilità; una corsa veloce butta fuori tossine, un saluto veloce, rubato agli impegni, innaffia una relazione, un pensiero veloce fa buone analisi e genera buone sintesi.

Mi sto tenendo alla larga dai vari, altrettanti Fast di cui siamo circondati: Fast food, Fast web, Fast fashion… 
Perché in una certa velocità fatico a vedere del valore.  
La sento, piuttosto, sinonimo di frenesia.  Tradotta in immagine mi ricorda sempre quei cani portati al guinzaglio dai padroni che sfrecciano in bicicletta. Alcuni dei quali apprezzeranno comunque la cosa, ma pagando il prezzo di non poterlo fare in libertà.Una corsa bulimica, quella fast, che contraddistingue il nostro tempo: voglio avere tutto, subito e non perdermi nulla. 

Ma ritorniamo al cambio di ritmo.
Perché è lì che voglio arrivare: a essere capace di scegliere lento e veloce a seconda di quel che per davvero ha senso per me. E non per un automatismo che sfugge all’opzione di scegliere.
Non è un lusso, non è riservato a pochi. Non lo credo più.
Chi vive in città spesso se lo ripete: magari potessi rallentare!

Invece io credo che non vediamo il margine che c’è, che è molto più spazioso di quanto pensiamo.
O che siamo talmente abituati che non ci poniamo nemmeno la questione.
Ci lasciamo portare per inerzia da un ritmo veloce, oppure ci teniamo indietro, rispetto a un passo più scattante, per un’idea radicata di non farcela diversamente. Di non averne le energie.

Propongo quindi un definitivo inno all’alternanza.
E propongo di rivendicare il nostro diritto e il nostro potere di praticarla, l’alternanza.
In natura tutto è alternanza.
Il respiro è espirazione e inspirazione.
La cellula è espansione e contrazione.
Gli organi alternano riposo e attività, il cuore pulsa alternando, il cervello alterna onde differenti, l’occhio dilata e restringe la sua pupilla… tutto per natura si alterna.

Non è una campagna bio. 
È solo che se la natura funziona così significa che strutturalmente è “programmata” per funzionare così. 
E se noi alteriamo gli equilibri, stando sempre sbilanciati verso un certo movimento o ritmo, e quindi irrigidendolo, non stiamo bene. Non funzioniamo bene. O, quanto meno, non al massimo delle nostre potenzialità.
È un peccato.

Come farlo?
Facendolo.
E vedendo com’è.
Se staremo meglio verrà da sé che lo rifaremo.

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