[BLOG G8] Inter-connessioni

Oggi anche il temporale ha un che di stra-ordinario. 
A Milano, nella notte, vento tuoni e acqua si sono abbattuti con una intensità e solennità che ci siamo, di nuovo, zittiti tutti. E mentre molti tra noi si accingono, e con una certa fretta, a recuperare il punto esatto in cui ci eravamo fermati, due ore di pioggia esondano fiumi e allagano strade, fermandoci di nuovo.
Guardo il cielo, questa mattina, e gli invento un sorriso strano, tra il benevolo e il sornione.

Ieri mi aggiravo irrequieta.
Sbatto contro, come tanti, al disincanto: non si cambia un mondo perché se n’è vista un’altra versione possibile.
D’altro canto, non cambiamo neppure noi stessi pur sapendo che potremmo stare meglio se fossimo diversi.
Mi tormento un po’, a pranzo mangio carne e mi guardo, con quella smorfia che da tempo ho quando lo faccio.
Gli allevamenti intensivi e l’inquinamento sono stati nutrimento per quel virus che ci ha piegato.
Inutile che ce la prendiamo con il cielo. O con la terra.
Siamo figli del nostro maltrattamento e chiudiamo gli occhi continuamente per non vederlo.

Ritorniamo a muoverci coi movimenti sgraziati che conosciamo.
Sporchiamo fiumi, consumiamo senza misura, ci linciamo con le parole.
Siamo questo, anche, e ci riprendiamo il posto a sedere che avevamo prima.

Il miscuglio di emozioni di questa fase è diverso da quello dei mesi scorsi.
Ho un avvertimento che mi gira dentro, come cibo non digerito, e mi rende nervosa.
Sento un rumore interno e sento il rumore nel mio viale, bello e alberato, e vorrei girarmi per spegnere tutto.
Per tacere i fastidi abbassiamo istintivamente la sensibilità, ma non ci perdiamo solo i fastidi, ci perdiamo tutto quanto.
È una protezione grossolana, quella di sentire meno.

Dunque non è cambiato niente?
Una scoperta deludente che mi serpeggia attorno, tradotta in anatema contro tutto e tutti.
Mi tiro fuori da questo coro stonato e cacofonico. Mi tiro fuori perché il lamento mi schiaccia a terra, mi lascia sola con la mia impotenza e l’inesorabilità di questa versione di mondo.
Ma è una trappola. È una strategia di sottrazione che ha una comodità apparente.
È un pensiero magico e infantile: mi nascondo e non ci sono più.
Tanto quanto lo era l’idea di ritrovarsi un di fuori diverso.

E poi accade che, dentro questo nuovo dis-orientamento, trovo un bandolo cui aggrapparmi.
Se c’è una cosa che il virus disvela, con la sua disarmante concretezza, è che siamo tutti interconnessi: o remiamo insieme o faremo uno sforzo immane che il remo accanto neutralizzerà.
Smettiamo di addobbarci pensando di non contaminare noi stessi: la verità è che indossiamo la mascherina perché questo protegge l’altro. Un gesto che spiazza la propensione diffusa di cercare la propria salvezza e poi, forse, quella altrui: qui, mi salvo se ti salvo.
Smettiamo di persistere nell’idea che il cambiamento possa avvenire al di là di noi. Che ce lo debba qualcuno.
È una favola comoda e anche poco intrigante.

Mentre guardavo la tempesta questa notte, incollata al vetro e con la casa illuminata a giorno dai lampi, mi sentivo minuscola davanti a quella potenza. Mi chiedevo: – E come incido, io, con il mio secchiellino nell’oceano?
Ma siamo noi a separare ciò che guardiamo: in realtà siamo sempre parte di qualcosa e questa è la nostra forza.
O la nostra condanna.
Noi, insieme, siamo forti quanto quella tempesta: stiamo alzando i livelli del mare, modificando le temperature sulla terra e sciogliendo enormi ghiacci. Siamo cultura contro la natura. Ma non è l’unica possibilità.
Pars costruens et pars destruens, costruire o distruggere è solo una differenza di direzione che imprimiamo alla forza.

Questo virus arriva e ci costringe, come un vento contrario, a un movimento di cura dell’altro.
Ci fa toccare la nostra vulnerabilità e la nostra lievità attraverso quella dell’altro.
Ci dimostra scientificamente che tutto è connesso e che il mio battito di farfalla può spostare un uragano dall’altra parte del mondo. Al di là della poesia è la fisica quantistica a spiegarci che tutto è interconnesso.
Ce lo spiegano le neuroscienze. La psicologia. La buona medicina. La filosofia. L’ingegneria. L’architettura. La sociologia.
Se io muovo qualcosa, il tutto si muove.
E se il mio vicino batte le sue ali mi sposto anch’io, con lui.
Eccitante e spaventoso, come questa tempesta.

Il cielo si divertiva, questa notte, sulle nostre teste.
Ci piega e ci risolleva come vuole.
Facciamo pace? – avrei voluto porgergli la mano.
Ma lui era già intento a prepararci un nuovo giorno.

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