LA MAPPA DELL’ENNEAGRAMMA [BLOG G18]

Sono tra coloro che hanno ceduto al fascino di Google Maps e che ha riposto ogni orientamento fai-da-te tra le cose obsolete. Ho esultato per un po’, abbagliata dal nuovo giocattolo che magicamente lasciava alle spalle quella via crucis di tappe forzate, con la cartina sgualcita tra le mani, tenuta a testa in giù per far coincidere la destra con la destra, non avendo avuto in dono una lateralizzazione registrata per il verso giusto.
Poi sono arrivata a non poterne fare più a meno per stare al passo coi tempi che, ora, non ci aspettano più.
Ma se, per qualche motivo, manca la connessione, la sicurezza del mio incedere si frantuma e vagolo alla ricerca di qualche benedetto cartello, che mi tolga dall’impiccio.
La sensazione della carta tra le dita, però, e il senso di vittoria ogni volta che arrivavo a destinazione, non li ho scordati mai: era come se dalla nebbia piano piano io riuscissi a costruirmi il senso dello spazio e, per necessità o cocciutaggine, ad avere una visione del territorio in cui mi ero avventurata.

Quella stessa sensazione l’ho riprovata anni fa, mentre mi aggiravo per una nuova fase della comprensione di me e degli altri, quando mi è capitata per le mani un altro genere di mappa: l’Enneagramma, dove ennea indica nove e tratteggia, a grandi pennellate fino a dettagli minuti, il carattere di ciascuno di noi.
Un primo moto di scetticismo, che da sempre riservo a caselle troppo strette per farci stare dentro i fenomeni della vita. Sono rimasta per un po’ con lo sguardo diffidente. Poi mi ha sollevato dall’imbarazzo Korzybski, rassicurandomi che la mappa non è il territorio, ma solo uno strumento per orientarmi.
E allora, perché non provarci.
Via via, guardandomi attorno, scoprivo che ce l’avevano già in tanti: registi e autori, per costruirsi i personaggi; aziende e manager per scegliere e formare le persone e le squadre; allenatori per allenare. 
Così mi sono messa in viaggio anche io, con fiducia, tenendola in mano e, da allora, mi muovo molto meglio di quanto facessi prima, costruendo a ogni passo una visione di chi sono e come sto nel mondo, come ci entro in relazione e come mi ci difendo.

Il territorio è diviso in tre grandi regioni, i cui abitanti, rispettivamente, sono prevalentemente emotivi, razionali o istintivi e quando sono in difficoltà sono più portati a provare tristezza, paura o rabbia.
Scoprire la mia “regione” è stato un primo step intrigante e non troppo difficile. La sensazione era di conquista, la prima tappa era raggiunta e avevo una terra cui appartenere.
E poi un intreccio di strade, piccole località, paesaggi che tracciano una combinazione complessa di tratti, rendendo onore all’originalità e irripetibilità di ciascuno.
Mi ci sono inoltrata, come quando in vacanza ci si infila in viuzze nascoste laterali, sfuggendo alla folla. Ed è lì che ho scoperto dettagli e sfumature di me che non avevo visto mai, pur scoprendomi simile a molti altri e, per questo, meno sola. C’è una sorta di unica lingua madre tra persone dello stesso carattere e trovarsi a parlare dà il sollievo di potersi intendere senza troppi sforzi.
Per poi finire in una Babele divertente e anche un po’ caotica, a confronto con caratteri diversi: guardiamo dalla stessa parte e descriviamo tutt’altro. Nulla di nuovo sul fronte, abituati come siamo a far conto con le diversità.
Ma lì ho trovato una dettagliata legenda per destreggiarmi meglio nelle mie relazioni: è stato come finire in un Paese in cui si parla una lingua sconosciuta e avere un glossario a portata di mano che permette, nel giro di poco, di leggerne le insegne e comprendere le conversazioni della gente.

Ho capito cose delle persone attorno a me cui attribuivo significati diversi da quelli che hanno, semplicemente perché le guardavo dall’unica prospettiva che mi è familiare, quella dei miei occhi.
È stato necessario alzarmi, sedermi dall’altra parte e avere il coraggio di guardare il mondo da quella visuale.
Con la mappa tra le mani, che attribuisce nomi alle cose sconosciute, ho incontrato la compassione per ciò che non mi piace e la fascinazione per ciò che non sapevo.

Come il buon vino, più la mappa invecchia e più acquisisce valore: si riempie di annotazioni, frecce, tappe.
Un lavoro fatto a più mani da tempo, cui, chiunque la prenda tra le proprie di mani, contribuisce.
Ed io la tengo nel cassetto dei miei attrezzi mentre lavoro, ma poi la ritrovo quando voglio nel mio mondo immaginale, organizzando i miei spazi interni se mi serve comprendere meglio cosa mi sta accadendo.

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