LA SFIDA DI ESSERE SE STESSI [BLOG G25]

Il backstage di un film è una sbirciata dietro le quinte, il meglio degli scarti che ci avvicina all’imperfezione. È un’entrata dal retro che restituisce umanità ai suoi personaggi e illumina a giorno le impalcature delle sue scene. 

Sì, vanto anch’io di un mio backstage, la parte nascosta del mio blog, un’esclusiva per gli abitanti di questa casa. Passano accanto alla mia bolla, dentro cui mi barrico, mi scrutano alle prese col mio amante, per nulla segreto. Mi ci vedono litigare, entusiasmarmi, illuminarmi di idee e poi perdermi nel vuoto. Sono Joyce, col suo stream, saltello le dita sui tasti in un flusso libero e sfrontato. L’attimo dopo mi trascino, sfinente come un animale lento.

Dunque il backstage è la versione integrale delle cose. 

Persone ed esperienze hanno sempre un retro per lo più sconosciuto o, quanto meno, poco esplorato.Ci servono versioni sostenibili: potremmo mai vedere ore di riprese? O spulciare gli infiniti appunti di uno scrittore per scovarne la trama?

Ci servono versioni efficaci e gradevolmente estetiche, con le poliedriche e discutibili interpretazioni di cosa sia estetico e cosa efficace. E ci serve, infine, provare a stare dentro le relazioni, corrispondendo aspettative esplicitate, per lo più indovinate.

Ma come generiamo le versioni ufficiali di noi stessi?

Quando le persone entrano nel mio studio scelgono di svelare pezzi del loro backstage, nella protezione di uno spazio-tempo fuori dai loro giochi quotidiani. Mi versano nelle mani pensieri nascosti ed emozioni pungenti e mi accorgo di quanto la strada che separa ciò che siamo veramente e ciò che ci permettiamo di essere sia costellata di intoppi e frenata da barricate.

L’esperienza del blog mi sta servendo anche per toccare con mano, e generalmente con un certo disagio, quanto mi girino in testa domande che ritrovo da anni tra le pieghe dei racconti dei miei clienti: Ma io cosa posso dire veramente di me? Quanta intimità posso mostrare? E ancora: cosa si aspettano gli altri da me? Come posso garantirmi la loro presenza?

E, mentre sfrondo, come un giardiniere, lo scritto che pubblicherò, scendo a patti di continuo, tenendo d’occhio il rischio di sacrificare la mia verità.La verità non è la versione assoluta delle cose, è solo la versione vera di sé, la versione autentica e non contraffatta, racchiusa nella nostra intimità. Se la smarrisco, e la smarrisco, è sempre e solo perché cado nella trappola di sentirmi occhi puntati che commentano le mie scelte. Ma ne va della mia grazia. Del movimento spontaneo, cioè, che, solo, preserva il mio piacere di scrivere e mi solleva dalla colpa di ingannare chi sono. 

In fondo ciò che posso dare è soltanto ciò che sono.

Quanto lavoro delicato ci aspetta per recuperare la versione originale di noi e conoscerne la trama e coglierne i dettagli. Un viaggio affascinante, liberatorio e commuovente, difficile, eppure molto meno di quanto ci si aspetti. Faticoso, ma sempre molto meno della fatica che trattenere e camuffare ci richiede in ogni istante. Abbiamo muscoli stanchi, teste sovrappopolate di pensieri che complicano la strada. Abbiamo emozioni colpevoli, da tenere sottochiave, che premono e implorano di essere ascoltate.  Questo ci affatica, ostaggi di un comune fraintendere, sprecando il meglio e coprendo di strati le parti morbide che abbiamo.

Una volta che sappiamo bene chi siamo recuperiamo il permesso di scegliere intenzionalmente quello che vogliamo mostrare. Intenzionalmente è diverso da automaticamente: comporta il potere della scelta e garantisce, sempre, la migliore possibilità di cui siamo capaci. Ci sono tabù da infrangere, piazzati lì, nel bel mezzo della via, e mai più rimossi per timore di un pedaggio troppo caro. Spesso dati per scontati, sono prigioni che impediscono movimenti e irrigidiscono possibilità. C’è energia da liberare, tenuta stretta per paura di disturbare o di scontentare. Quante volte vedo volti trasformarsi, occhi illuminarsi e una forza inaspettata per andare.

E, infine, occorre modulare: abbiamo versioni parziali di noi più o meno arricchite di pezzi di intimità che scegliamo di mostrare e di donare. Meno stringiamo i contorni più saremo apprezzati, questo di solito mi capita di osservare. C’è fame di verità, in una terra segnata, ahimè, dall’inganno e dalla paura.C’è voglia di semplicità, perché cavarsela, negli intricati scenari che abbiamo inventato, è una fatica per tutti.

Verità, intenzionalità, modulazione.
E, alla base, l’imprescindibile conoscenza di sé.
Essere se stessi è un diritto. Come esserlo è una responsabilità.

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