L’arte di invecchiare [BLOG G32]

Ieri in casa c’è stato un sedicesimo compleanno.
Che andrebbe moltiplicato per sette, o giù di lì, ma noi non ci badiamo.

Il cane nero varca la soglia con passo scattante, incurante dell’evento che la riguarda, soltanto felice di rivederci dopo quattro giorni di assenza.
Perché lei, senza l’intermediazione del pensiero astratto umano, sta con quel che c’è e vive pienamente qui e ora. Non sa che invecchia, lo sente, immagino, ma non ci appiccica addosso paure e resistenze.
Semplicemente, vive.

La guardo mentre prende le misure, lavora per qualche minuto con il cuscino del divano, lo gira e rigira fino a che non lo sistema con la giusta inclinazione. Circumnaviga sé stessa, come un rituale propiziatorio, e poi giù, ad affondare in un nuovo pisolino. Come sempre tra le sue priorità c’è la comodità e questo richiede, giustamente, tempo e dovizia.
Noi un po’ ce ne dimentichiamo, ma la comodità spesso è una premessa necessaria per dare il meglio di sé.
A partire da quella corporea.

Da quando sente poco e vede poco è più quieta, le è migliorato il carattere. 
Ogni tanto me la immagino ovattata nel suo mondo, come in un paesaggio innevato.
In fondo a poco le servono vista acuta e udito fino: le basta quel fiuto che nessuna vecchiaia si permette di portar via a un cane, per non perderci di vista quando siamo fuori e setacciare il territorio con le gradazioni dei suoi odori.  Il resto è un di più.
Prende da ogni giorno quel che le arriva. Da ogni età quel che può darle.
Correva come una gazzella, battendo cani più alti e dalle zampe più promettenti.
Adesso lo fa ancora, lasciandoci incredule, ma si stanca prima. E senza alcun rimpianto si ferma. Rallenta. Semplicemente.

Prima di uscire si stiracchia: ogni volta che lascia la posizione divano/cuccia, concetti pressoché identici, fa accurati esercizi di stretching senza aver seguito alcun corso. Ha, per sua natura, un sapere innato e vergine su come stare nel proprio corpo: lo sente, è corpo, asseconda i suoi bisogni e si prende cura di sé.

La guardo per imparare, perché io me ne dimentico. 
Il pensiero astratto ce l’ho, è una risorsa straordinaria e non lo ridarei indietro; tuttavia a volte è un bell’impiccio che mi tiene lontana da altro di altrettanto prezioso e più “basso”.
Sto seduta a scrivere, per esempio, e mi si irrigidiscono i muscoli del collo e delle spalle. Mi devo ricordare di alzarmi di tanto in tanto, ammorbidire i muscoli, allargare le spalle, stirarmi un po’ verso l’alto.
Se non porto attenzione il mio corpo ha perduto l’istinto di farlo.
Lo avevamo da bambini, da neonati. Poi lo abbiamo lasciato per strada distratti come siamo dall’altezza dei pensieri e dall’imperativo del fare, a ogni costo fare.

Il cane nero è l’anziana di casa e io vorrei prendermi tutto quello che posso imparare, prima che vada via da noi.
Così la guardo, la accarezzo, la sento tra le dita, per imprimermi la memoria di ciò che è e di quanto ci regala ogni giorno.

Invecchia. Diventa bianca, sempre più, brezzolando quell’oscurità che un tempo contrastava solo con i suoi denti. 
Io anche, invecchio. Non divento bianca, per ora, ma sento e vedo bene quanto cambiano i miei tempi di recupero, l’elasticità dei miei muscoli, le rughe sulla pelle.

Quando si invecchia, da piccola, pensavo fosse lontano lontano. E lo era. 
O forse no, perché è un attimo e siamo già a domani. 
Il tempo corre: rispetto all’infinito, o anche alla storia dell’umanità o della Terra, siamo un battito di ali.
Eppure, a vivere intensamente, tutto dura quanto dura, al di là dello scandire impietoso dell’orologio.

Questo mi tengo oggi, mentre mi fissa da quell’ignoto mondo in cui vive che fatico a immaginare, ma non so quanto darei per finirci dentro almeno un giorno, da vivermi come animale.
Che ogni tempo, anche quello della vecchiaia, ha e avrà un suo valore, da cercare tra le pieghe degli acciacchi, delle perdite e della ineluttabile vicinanza stretta con la fine.

Con le lacrime agli occhi mi dico anche che quando il cane nero andrà via lascerà un posto, come hanno fatto tutti i cani prima. E farà spazio ad altre vite, passando il testimone.
Mi aiuta, pensarlo. 
Mi aiuta a ridimensionare quell’attenzione spesso così focalizzata che ho su di me, come se la mia vita valesse di più. Come se fossi il centro del mondo.
Non è così.

Grazie, cane nero. 

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