L’arte di raccontarsi e ascoltare [BLOG G29]

Una riflessione, quella di oggi, che ha a che fare con le storie. 
Quelle che abbiamo divorato sotto l’ombrellone o ci accompagnano la sera a prender sonno.
Del romanzo che sto leggendo, per esempio, e che la mia pusher di titoli intriganti mi ha suggerito pochi giorni fa, mi gusto ogni pagina, mi ci immergo immaginando i più piccoli dettagli, e Violette, la protagonista, è già un’amica che vorrei andare a trovare domani per passarci la giornata. 
Ma posso anche virare verso le serie televisive, una droga legale che tiene incollati a schermi di varie dimensioni persone di ogni età, paese e cultura.
Amiamo le storie. Ci appassionano e nutrono una fame che ha a che fare con l’emozionarsi, l’identificarsi, stare sull’orlo della suspense, imparare la vita.

Poi ieri mi trovo a casa di una cara persona. Non scrive storie, le racconta. Le sue. E io incollata alla poltroncina sul terrazzo, a vedere foto di cent’anni fa, di somiglianze e consuetudini di un tempo andato, a ridere con lei, riflettere con lei, prendermi il gusto di entrarci un po’ anche io negli anfratti della sua vita.
Storie in sordina, che vivono se sono raccontate, se ci si prende il coraggio di farlo.

Se si sanno raccontare, perché lei, sì che sa raccontare. 
Nessuna dote da Virginia Woolf o Gabriel Garcia o Allan Poe o chi altro ci viene in mente. Solo un’innata, forse, capacità di tenermi lì, senza che mi venga da guardare l’orologio e scappar via.

E, infine, mi viene in mente che giorni fa, negli ultimi metri di vacanza, avevamo bisogno di comprare poche cose per rifocillare il frigorifero e scoperto che, nel paesino accanto, dieci minuti a piedi tra i colli del Monferrato, c’era un negozietto aperto. Ci eravamo arrivate davanti, la scritta COMMESTIBILI su un azzurro d’altri tempi. Avevamo sorriso e intravisto la sagoma china di quello che a breve avremmo scoperto essere il signor Lino, proprietario chissà da quanti anni. In vetrina c’erano pochi prodotti, tra cui il borotalco, dell’olio di oliva non extravergine e dei bloc-notes. 

Il signor Lino faceva tutto con calma, si scusava per quello che non aveva e diceva pochissime parole.
Lo guardavo. Chissà quante cose gli sono accadute nella vita. Chissà che pensieri fa, se pensa alla morte, cosa legge, che amori ha avuto, che dolori ha attraversato. 
E invece ci teniamo le nostre storie nei rispettivi cuori e ci salutiamo con qualcosa che sembra un affetto genuino.

Perché spesso non c’è tempo, non c’è coraggio, non si sa come fare o non c’è forse nemmeno il senso di scambiarsele.
E d’altronde non c’è un romanziere che racconta la vita di Lino e nemmeno di un’amica che ci sfoga il suo amore deluso o del collega che lamenta i guai col capo o del figlio che descrive per filo e per segno l’ultima versione del suo videogame. 
Non c’è chi si occupa al posto loro della confezione, della forma, di toccare apposta le corde giuste per farci appassionare, di andare a sbirciare nei meandri nascosti delle loro vite per svelarle con le giuste suggestioni. 
Lo facciamo tutti come ci viene, o non lo facciamo nemmeno.

Allora la prima cosa che propongo è che occorre prendersi e darsi reciprocamente il permesso di raccontarsi.
Darsi dei cenni che comunichino che ci interessa, che invitino gentilmente, al di là delle formule note del “come stai?” simili nel tono al “ma guarda che brutto tempo c’è oggi” e che vanno bene per l’ascensore.
Osare fermare qualcuno e provare a dividere certi pensieri o preoccupazioni o pene o episodi che ci hanno lasciato qualcosa che vale da mettere a servizio di qualcun altro, proprio come fanno registi, scrittori, cantautori.
Occorre regalare pezzi di vita agli altri e prendercene, a nostra volta, perché il baratto dei racconti è un’opportunità.
Sapete, ho scoperto che in Mali, nell’Africa Occidentale, c’è un popolo, i Dogon, che in mezzo ai villaggi, tra le case e i silos, hanno la “casa della parola”, chiamata Tugunà, una tettoia costruita su trochi d’albero scolpiti, sotto cui si ritrovano per scambiarsi storie. Ecco, vorrei una cosa così, che dia legittimazione pubblica alle storie. A quelle che potremmo rischiare di scambiare per storie di serie B: le nostre.

La seconda è che occorre sapersi raccontare. Tenere conto dell’altro mentre ci raccontiamo, di come fare per tenerlo lì, sulle nostre cose, per farle preziose le nostre cose. Non cadere nell’essere troppo presi da noi, troppo dall’emettere parole, dall’atto di farlo, più che di renderlo interessante. O dalla convinzione che sia l’altro a doversela cavare nel rendere interessante ciò che noi stiamo dicendo, come fosse un atto dovuto. Non lo è. Non può che essere un movimento reciproco per incontrarsi a metà strada.
Nessuno ce lo insegna, al massimo ci commissionano temi nel tempo della scuola, di orale molto poco, ma non è vero che se ne è dotati oppure no della capacità di raccontare. Si impara. E si può imparare solo se si dà valore a chi ci ascolta.

Il terzo punto è il più inflazionato e ci facciamo corsi di ogni genere: che occorre saper ascoltare
Prendersi la briga di avere la pazienza di superare la scorza, la buccia, la zona neutra che non ci dice granché, dandoci il tempo per giungere laddove ci sono tesori. 
Sganciarsi dal vizio che abbiamo di correggere, consigliare, indicare, rettificare, ammaestrare, e prenderci il racconto che ci viene consegnato.

Tutte le storie, le vite, le giornate, le persone hanno qualcosa da regalarci. E da insegnarci.
Perché siamo romanzi viventi. Lo siamo tutti. Buoni e cattivi, belli e apparentemente insignificanti. 
Siamo libri, sigillati o socchiusi in attesa di essere aperti da qualcuno. 
Siamo storie appassionanti, pur non sapendolo. 

Leggiamoci, a vicenda.
Staremo tutti meglio.

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