[BLOG G5] Le parole che fanno la differenza

Qualcuno tra voi mi chiede cosa ne penso di Good Morning Humanity, la pubblicità di Lavazza che ha animato i social.
Io non sono opinionista e nemmeno lo so fare.
Quindi mi depisto un po’ per mettermi a lato dei dibatti pro-contro in cui, in genere, mi trovo un po’ scomoda.
E rifletto sul potere delle parole e sull’uso che ne facciamo.

Era il nove marzo quando, incollati allo schermo, ci annunciavano che era proibito uscire.
Tuttavia, la parola proibito non è mai stata usata.
iorestoacasa suonava più melodico e un hastag davanti lo rendeva anche un po’ fashion.

Sì, anche Armando Testa e i professionisti che hanno ri-direzionato tutta la pubblicità, sanno bene che le parole hanno un gran potere, tanto quanto il loro vestito: il tono, il ritmo, il timbro, la musica, i colori e così via.
So anche che siamo tentati di pensarli manipolatori, e lo sono. Ci portano gentilmente dove vogliono.
Però, per non rischiare di dividere il mondo tra buoni e cattivi, fatevi piccoli ed entrate, come spie, nelle nostre conversazioni quotidiane: scoprirete che, quando cerchiamo di portar l’altro sulla nostra visione delle cose, quella giusta per intenderci, facciamo lo stesso, nel migliore dei casi senza accorgercene nemmeno.
La manipolazione ha, tra le pieghe, una sua funzione adattiva: per nostra sopravvivenza materiale, affettiva o identitaria, continuiamo a portare nel mondo il nostro bisogno di essere visti, riconosciuti e scelti.
Scoprirei l’acqua calda se dicessi che noi umani, per differenza con gli altri animali, siamo molto abili nel farlo anche a discapito degli altri. Ed è la parola che ci dà questo superpotere.

Comunque.
Nella quarantena stretta più volte mi è accaduto di osservare quanto le parole che sentivo avessero la forza di spostarmi.
Con la paura nell’aria e sotto i piedi iorestoacasa diventava tudevirestareacasa.
Chi percepiva di perdere il controllo se ne riprendeva un po’ e recuperava una qualche dose di sicurezza.
andràuttobene era, per altri, un mantra che cullava e attutiva lo sgomento.
Non siamo tutti uguali, ma abbiamo tutti bisogno di regolare il nostro stato interno.

Per un po’ mi è arrivata alle orecchie un’incitazione collettiva e mi aveva preso l’euforia di sentirci uniti contro qualcosa.
La guerra al virus, in tinta con il dispiegamento dell’esercito per le strade di Milano.
Abbiamo ascoltato un lessico militaresco che eccitava qualcuno e raggelava qualcun altro.
Intanto il resto d’Europa si chiudeva a chiave da dentro: eravamo untori, come al tempo del Manzoni.

Poi la pubblicità progresso ha cambiato narrazione: #unitiMaDistanti e #insiemePerRipartire ci incoraggiavano a prenderci a cuore e proteggerci a vicenda.
La semantica della cura apre a paesaggi diversi; ed è un fatto che la sensazione diffusa di “essere parte” mi piace assai più dell’”essere contro”.  Ci siamo emozionati e abbiamo sognato un mondo più umano.
Fintanto che, con sarcasmo, qualcuno ha stanato il gusto finto del buonismo, che abilmente mette la polvere sotto il tappeto.
Il pensiero divergente è una delle cose con cui è più difficile fare i conti.
Ma è il pensiero divergente che ci dà la possibilità di muovere lo sguardo tutt’intorno,
piuttosto che tenerlo inchiodato sul quadratino che conosciamo.
Torna utile per tenerci in guardia dal non posare a terra la nostra capacità critica e la nostra possibilità di posizionarci e scegliere.

Non si tratta di avere torto o avere ragione.
Semplicemente, vibriamo a sollecitazioni diverse.

Nella mia piccola porzione di terra osservo anche dell’altro.
Non solo le parole che diciamo ad alta voce incidono e fan cambiare traiettoria.
Quando segnalo che abbiamo una voce narrante, che ci racconta la vita mentre la viviamo, incontro spesso un certo stupore: per qualcuno la voce ha un’unica traiettoria, verso il fuori. Eppure, il pensiero non si ferma mai e commenta incessantemente, che gli si dia retta o meno fa lo stesso; ed è un fatto che quando parliamo siamo i primi ad ascoltarci.

Dico ai miei clienti che abbiamo facoltà di cambiare il vocabolario da cui attingiamo per commentarci la vita.
Puoi trovare altre parole per dirlo? chiedo a volte, sapendo che un modo per aprirsi al nuovo è modificare parti del copione.
Sfiliamo alcune espressione dai colori molto accesi e, come nel Jenga, tutto sembra traballare.
“Va tutto malissimo” può diventare “Ci sono delle cose che non vanno per niente bene”.
“Non ce la farò mai” diventa “Per ora non riesco”.
Stemperiamo. “Tragedia” diventa “difficoltà”.
Intanto teniamo d’occhio il peso specifico di ogni cambiamento lessicale e, in genere, l’effetto inizia a farsi sentire.
Sembra tutto più prendibile, mi diceva giorni fa una cliente.

Le parole nascono nella testa ma circolano nei tessuti.
Lo sa la Lavazza, lo sappiamo anche noi e possiamo farne buon uso: le parole hanno potere.
E il potere va maneggiato con cura.

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