L’ERA DELLA PAURA [BLOG G22]

Come ce la caviamo con la paura?

Questa volta mi vengono in mente quei film sul giorno dopo: un attacco chimico, un’esplosione radioattiva, quegli eventi tragici, insomma, che rendono il dopo una terrificante edizione del prima.
La missione di oggi era recuperare il materiale dei gemelli a scuola; a monte, un’organizzazione serrata di orari per evitare incontri ravvicinati tra genitori. Quando è il mio turno mi attendono alcuni personaggi con mascherina, metri inviolabili e un termometro che mi dà l’ok. Attraverso in solitaria i lunghi corridoi e trovo chi mi accoglie con fare sconfortato e mi chiede briciole di notizie sui miei ragazzi, quasi a riafferrare brandelli di normalità. Loro, i gemelli, hanno il divieto di entrare e sono giù, col naso per aria, a guardare i muri invalicabili della loro preparazione al futuro.
Al rientro attraverso il mercato sotto casa. Lì ci si muove disinvolti, tra colori e profumi di fresco, nessun termoscanner e distanze ravvicinate dei tempi non sospetti. Mascherine, colorate anche loro, un po’ messe bene, altre per traverso, altre ancora per rappresentanza.
Contrasti. E me ne vengono in mente svariati altri. Io, intanto, ci passo dentro e rifletto.

L’avanzata del Covid avveniva per via aerea: contaminava, cioè, la nostra prima fonte di sopravvivenza, l’aria.
Se ciò che dà vita può togliere vita viene colpito qualcosa di molto profondo, rettiliano direi: siamo corpo e istinto e abbiamo il solo obiettivo di metterci in salvo.

Stephen Porges è un uomo grande e col sorriso delicato. Vive e lavora negli Stati Uniti e di mestiere fa il neuroscienziato. Ci insegna che abbiamo un sistema di controllo interno che funziona più o meno a semafori rosso e verde.
Coi nostri sensi captiamo informazioni da tutte le direzioni, che vengono tradotte da una centralina, nel bel mezzo del cervello. Il suo scopo è far sapere in ogni istante a tutto il nostro sistema se, fatta la somma delle informazioni, siamo al sicuro o siamo in pericolo. Semplice, ma incredibilmente complicato. Perché, se rileviamo una minaccia, si attiva un complesso sistema di allarme che scombina ogni nostro parametro e non ci fa stare granché bene.
Siamo gazzelle che avvistano leoni o siamo leoni che caricano il nemico. Fligh or fight, lo chiamiamo noi psicologi: attacca o fuggi, ma fa’ qualcosa.
L’alternativa è quella della lepre o dell’opossum, che ricorrono a una finta morte e si mmobilizzano non dando più segnali di sé. Un congelamento temporaneo che salva la vita ma ha un costo altissimo perché ci condanna per un po’ all’isolamento più assoluto e ci succhia energie da lasciarsi senza forze.
Almeno un conoscente che sviene agli esami del sangue probabilmente lo abbiamo. Ecco, una cosa così.

Un’aria contaminata, o percepita tale, è pari a un terremoto: tutto trema e niente è più certo.
I luoghi della cura diventavano luoghi del terrore, accuratamente dettagliati dai media, spacciatori di numeri e informazioni terrificanti e spesso contrastanti.
I nostri simili, potenziali fonti di rassicurazione, diventavano potenziali detonatori di malattia.
Così, per tre mesi, e un’onda lunga che arriva fin qui, mentre proviamo a riprenderci le cose lasciate a metà.
Insomma, non se la sta passando bene il nostro sistema dell’allerta, programmato per attivarsi al bisogno ma non per restare attivo troppo tempo. Lo può fare, ma il prezzo c’è: siamo irritabili, spossati, provati.
Non se la passava già bene prima: viviamo, da globalizzati, costantemente in contatto visivo con pericoli e cose brutte, senza quella protezione che, prima di Gutenberg, ci dava il non sapere o sapere molto poco.
E qualcuno, infatti, ci mette in guardia chiamando, la nostra, l’Era della Paura.
Ci siamo definiti narcisisti, poi “liquidi”,  in balia delle incertezze, lo siamo entrambi tutt’ora; ma una paura così sistematica e non circostanziata forse è davvero il nostro attuale tratto distintivo.
Tanto quanto lo è questa rincorsa illusoria a tenere ogni rischio sotto stretta sorveglianza.
Siamo l’epoca dei più svariati dispositivi di sicurezza, meccanici, telematici, finanziari… E più controlliamo più, par quasi una beffa, si moltiplica il senso diffuso di non riuscire a controllare nulla.

Ciascuno reagisce come sa e il meglio, forse, non sta nel pedissequo seguire di prescrizioni o nel prenderle di petto impavidi. Ho idea che il meglio si annidi nella conoscenza onesta di noi stessi e di come ce la caviamo con la paura.
Io parto da qui per governare un po’ quell’universale senso di precarietà che l’esistenza si porta appresso dal tempo dei tempi e che nessuna alchimia può portarci via.
E poi mi volto a cercare e a offrire sguardi, perché è nel coinvolgimento sociale, ci insegna sempre Porges, che si manifesta il meglio di noi e che regola i nostri stati interni.
Il resto è animalità, sacrosanta e necessaria, ma non la nostra unica possibilità.

 

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