L’ESPERIENZA DEL SILENZIO [BLOG G19]

Uno due tre … silenzio.
Lo abbiamo rifatto, balzando di soppiatto come volpi, a lato del flusso quotidiano.
Il patto prevede, ogni volta, un’unica regola: il silenzio. Ore così, lunghe anche un giorno.
Ogni tanto mi serve: mi ricentro e mi riallineo, con un senso di quiete che dura per un po’, fino alla prossima volta.

Uno due tre e via! In un attimo cala il silenzio fuori, ma dentro, dentro serve una latenza più ampia.
Come quando a teatro si spengono le luci e il vociare si dirada gradualmente, per distrazione o per finir frasi in corso.
Ho qualche parola ancora sulla lingua, accidenti, ormai non posso più, e parrebbe un bel pasticcio.
Sovrastimiamo l’impellenza e l’indispensabilità delle parole.

Poi comincio ad accomodarmi nella calma, come un gatto nella scatola.
Un sospiro mi attraversa dalla testa ai piedi, uno di quei respiri ampi che indicano una resa.
Tolta la voce, tolta quella possibilità di indicare tutto e commentarlo a tono alto, deliziosa trappola che cattura una porzione di tempo vincente su tutto il resto, sono in una bolla insonorizzata, cui arrivano dettagli di suoni esterni familiari. Attorno e fuori la vita prosegue indisturbata mentre noi due scegliamo un’altra dimensione.

Nel lockdown stretto, quando Milano sembrava un lungo ferragosto dei tempi andati e si camminava indisturbati in equilibrio sulla mezzeria, mi son messa a giocare nel magico mondo delle app e ho trovato un fonometro digitale.
Ho misurato i decibel, affacciata al balcone: 40.
Ora ogni tanto prendo nota e ci siamo assestati di nuovo sui 60-65 dB.
Viviamo spesso con un sottofondo di cui ci accorgiamo a malapena, che continua a sollecitare il nostro sistema, passando per quel canale che, ahimè, non è stato dotato di palpebre o qualcosa di simile.
Qui, nella bolla, c’è una parete gommosa e trasparente che attutisce tutto.

Calma. Posso girarmi e cercare di cos’altro dispongo dentro per passare il tempo di questo giorno.
Tolte le parole parlate ho quelle pensate. Riprendo a fare cose, pulisco casa, i ragazzi non ci sono e mi infilo in quel disordine creativo che trasforma le loro stanze ogni volta in qualcosa di diverso, dentro cui si fa difficile distinguere la forma originaria.
Incontro i cani e ci guardiamo. Siamo uguali, adesso, loro non hanno parole mai e se la cavano assai bene.
Ci proietto su uno sguardo complice e sornione: tranquilla, puoi farcela anche tu. E, come spesso mi accade, mi ci inchino come a un maestro saggio.

Per un po’ resto così, sposto cose fuori e le sposto dentro, per seguire le piste delle parole pensate, che proseguono imperterrite come treni in corsa. Lavoro, mi annoto impegni e quasi non mi accorgo del rumore che faccio. Ci vorrebbe un fonometro anche tra i pensieri.

Intanto l’abitudine di spartirsi compiti tra noi, commentare dettagli, ricordarsi cose o lamentare qualche disguido si annacqua sempre più e, ora che i nostri sguardi si incrociano, provo un gusto sottile di complicità che accompagna entrambe. Abbiamo gli occhi, quando la bocca è chiusa.
Ci diciamo cose inedite senza parlare. Abbiamo sfumature che non avremmo tempo di curare e un’amorevolezza che viene fuori senza cercarla. Siamo nudi di ogni difesa, perché sono le parole, più di ogni cosa, che hanno il potere di ferire.

Passa il tempo, cuciniamo, mangiamo, sistemiamo.
Anche i pensieri hanno ceduto il passo e non c’è parte dentro me che abbia una qualche supremazia sulle altre. Sono corpo, sono cuore e sono una mente che osserva tutto e si annota quanto valore ha lasciare andare la pretesa di riempire. Il vuoto lasciato dalle parole fa avanzare tutto il resto, come quando, nella quarantena stretta, gli animali si riprendevano la loro libertà.

È sera, ormai il silenzio è abitudine e so, più di qualsiasi giorno, che noi siamo corpo. Non lo abbiamo semplicemente. Non ce lo portiamo appresso per fare cose. Non lo amiamo o detestiamo come fosse un pezzo del nostro intero, né lo possediamo, come la morte ci ricorda. Lo siamo.
Senza parole sono energia che fluisce, sensazioni ed emozioni con sfumature coperte abitualmente dal frastuono.
Invertendo la rotta, ed entrando nelle cose partendo da qui, dal basso, dai piedi, dal movimento, dai sensi, scopro ogni volta la mia animalità e la mia possibilità. Ritrovo i miei movimenti spontanei, come danza, morbidezza che ritrovo con piacere.

Al mattino mi sveglia il giorno, a ricordarmi che il patto è giunto al termine.
Uno sguardo di congedo, un moto appena percettibile di resistenza e poi la prima parola, che rompe la bolla.
Mi serve qualche minuto per riscaldare i muscoli. E per dirci la promessa di tenere il silenzio a portata e prenderne boccate all’occorrenza.

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