L’umanesimo che sogno

L’interdipendenza e il rispetto
tra le professioni

I professionisti dell’aiuto, psicologi, counselor, pedagogisti, mediatori, coach, sono chiamati a interrogarsi sul proprio spazio e le proprie responsabilità nel tempo stra-ordinario del Coronavirus.
Su questo rifletto e condivido la mia posizione.

Dove siamo

Disorientamento, paura, sofferenze, anche grandi, attorno a me o di cui sento parlare; a tratti sembra che qualcuno abbia schiacciato il tasto PAUSA e stiamo trattenendo il fiato per aspettare che si riavvii la scena, tornando come prima o, qualcuno si augura e confida, meglio di prima.            
Le parole in cui siamo immersi hanno un colore pesto, a volte ne balza su qualcuna che fa intravedere spiragli.
Ma c’è foschia, non si vede dove siamo e dove stiamo andando.
Intanto accade anche altro: silenziosa e leggera la natura si fa avanti, come dal letargo, e riprende spazi, popola prati e parchi, le acque ritornano limpide, i cieli più puliti.
Accade anche che nelle piccole nostre vite quotidiane si facciano nuove scoperte, si ritrovino ritmi più calmi, si coltivino i contatti con più cura,
si riprendano in mano libri, pratiche corporee per tenersi allenati.
La cultura si fa più accessibile: libri, spettacoli, musei, conferenze gratuite.    
Media e dispostivi tecnologici per la comunicazione hanno un’ulteriore impennata, portandoci a fare un saltino collettivo di competenze, aprendo possibilità e allo stesso tempo permettendoci di sentire ancor meglio quanto
la corporeità faccia la differenza e ci richiami ancestralmente.

I professionisti dell’aiuto

E, in tutto questo, ci siamo anche noi, i cosiddetti professionisti dell’aiuto.
Accanto ai colleghi sanitari, che in prima linea proseguono a ritmo di adrenalina e grande senso di responsabilità, e che dovremo sapere accogliere con delicatezza, gratitudine e prontezza quando poseranno le loro bardature protettive e, coi segni sul volto, potranno riprendere a un ritmo ordinario; accanto a loro ci siamo anche noi che ci occupiamo della salute psicologica.
Oltre a sintomi e complicazioni che in senso stretto porta il virus, c’è tutto il resto: come stiamo, come ce la stiamo cavando, come vanno le nostre relazioni, come procede o non procede il nostro lavoro, con i risvolti che ne conseguono sul piano personale e sociale. Un mondo.
Quello che incontro è variegato: da chi è tanto in difficoltà fino a chi, addirittura, sta meglio del solito.
Ma nella stra-ordinarietà di questo tempo certamente noi professionisti siamo chiamati in causa per accompagnare le persone e i processi a volgere verso il ben-essere, contenendo più che possibile il rischio di malessere o la sua già manifesta presenza.

Come si misura la professionalità?

Ecco allora che leggo di moniti e avvertimenti dei miei colleghi psicologi e dirò la mia in proposito.
Il monito invita a diffidare di professionisti che non siano esperti e che non rientrino nelle categorie indicate come “ufficiali” e, sottinteso, scientificamente provate.

Quando ho terminato tutto il mio percorso formativo per esercitare come psicologa ero esattamente come quando ero tornata a casa con la patente di guida, libera di scorrazzare come e quando volevo.
Ma ci è voluto del tempo perché io potessi veramente “sentire” che sapevo guidare, ci sono volute ore di viaggi al volante, con piccoli incidenti di percorso, parcheggi maldestri e derisi dagli esperti. Ci è voluto del tempo anche perché realizzassi veramente che avere un’auto in mano è una grandissima responsabilità.
Sarebbe andata diversamente, tra l’altro, se avessi guidato solo la domenica e di tanto in tanto.

Professionalità e competenza sono date dall’esperienza, da ore di lavoro dedicato, da incontri con tante persone diverse. Sono date dallo studio, dall’aggiornamento continuo, dalla supervisione, dal confronto con gli altri professionisti e con le altre professioni. E sono date dalla sensibilità soggettiva alla responsabilità, al rispetto dei propri confini, alla capacità di valorizzare ciò che si sa fare bene, a discapito dell’attrattiva di fare i tuttologi.

Non siamo in guerra

In guerra, mi dicono, vale tutto e il contrario di tutto.
Ma noi non siamo in guerra.
Siamo al cospetto di un minuscolo essere vivente, che racchiude la potenza tutta della natura, e che ci mette in ginocchio, costringendoci a fare i conti con la finitezza di ciò che siamo, l’incertezza che scongiuriamo con le illusioni di poter pianificare e controllare pressoché tutto. Siamo in pieno contatto con la nostra fragilità e, solo se possiamo coltivarne l’accettazione, prendendoci il VERO potere che abbiamo, e non quello e nelle forme che ci illudiamo di avere, potremo uscirne più umani.
Credo sempre più fermamente che abbiamo bisogno di un nuovo Umanesimo. Ne abbiamo bisogno ciclicamente qui sulla Terra, perché ce ne dimentichiamo.
Ci dimentichiamo di mettere al centro l’umanità, ciò che vale per davvero, la sapienza, la condivisione come forza generativa. E ogni volta occorre che assuma forme coerenti col tempo e che parli il suo linguaggio.
Ma l’Umanesimo, nelle innumerevoli forme che ha preso*, ha potuto essere un movimento innovativo e generativo perché portato avanti insieme.
Non siamo in guerra e non vale tutto.

La ricchezza delle differenze

Mi allineo ai miei colleghi psicologi nel richiamo, che vale sempre e ovunque, alla serietà professionale e all’attenzione a cercare persone compenti per farsi aiutare. Siamo ormai in grado, e abbiamo parametri di valutazione e gli strumenti a disposizione per farlo, di verificare e valutare la serietà professionale. Non ci fidiamo incondizionatamente, è ormai consueto, anche per scelte molto più semplici, consultare i vari forum e utilizzare le recensioni altrui per orientare i nostri acquisti. A maggior ragione, in una scelta delicata come quella di rivolgersi a un professionista per farsi aiutare in un attraversamento difficile come questo, ha senso usare tutto quel che possiamo per scegliere con prudenza.

Non mi allineo, invece, a sostenere l’egemonia delle professioni sanitarie (così viene definita la professione dello psicologo) come risorsa unica competente per i bisogni psicologici di noi tutti.
Intendiamoci, però, sul significato delle parole.
Psicologico per me assume il senso di tutto quello che riguarda gli stati interni emotivi, affettivi, cognitivi della persona; ma anche di quello che riguarda il modo di stare al mondo di noi tutti, di stare in relazione, di affrontare le situazioni, di cavarsela nell’emergenza, per tornare a noi.
Psicologico è mente, corpo ed emozioni, come funzionano, come stanno, come si adattano o non si adattano.

Il territorio specifico dell’intervento psicologico è ampio e variegato, ma nella sua dimensione identitaria più stretta, legata alla sua formazione, contempla la possibilità di capire che forme sta assumendo il malessere psicologico e valutare se occorre un intervento specifico “curativo”, magari ulteriormente specialistico (da parte di uno psicoterapeuta o psichiatra).
Immaginiamo una persona che soffra di depressione o con attacchi di ansia persistenti e pervasivi o persone che potrebbero scivolare nell’acuirsi di dipendenze o, più in generale, in una grande difficoltà a controllare i propri impulsi, aggressivi per esempio.

Se, invece, lo psicologo di cui sopra mette in campo un intervento di accompagnamento di chi è disorientato e sta vivendo con disagio questi giorni, volgendosi verso l’attivazione delle risorse interne ed esterne, attivando un efficace problem solving, sostenendo i processi creativi e una buona attivazione energetica, ecco allora che sta abitando un altro suo specifico campo di azione che ha il nome di counseling.
E il counseling è un territorio che condivide con altri professionisti.
Professionisti, i counselor appunto, che finiscono da anni nel centro del mirino dei miei colleghi per vicinanze percepite evidentemente troppo prossime, che si formano e allenano per almeno tre anni a fare proprio questo. Toccano certamente la sfera psicologica, nel senso suo più ampio, della persona, ma con una postura etica e tecnica specificamente attrezzata per aiutare a funzionare meglio nella quotidianità, nei momenti critici fisiologici o straordinari dell’esistenza, volti verso il ben-essere e l’espressione più piena possibile delle proprie risorse interne.

Chi non sta lavorando e deve reinventarsi qualcosa può non avere bisogno dello psicologo, pur stando male perché ben sappiamo quanto il lavoro contribuisca a tenere in piedi le nostre vite.
Gli serve, più specificamente, qualcuno che ne accolga la preoccupazione e abbia la capacità strategica di attivare creatività e resilienza e accompagnare nella ripresa.
Alle volte accostare bisogni di questo tipo a un intervento psicologico in senso stretto rischia di attribuire loro un significato “patologico” che non ha e non vuole avere.

La drammatica situazione di coppie conflittuali, che in alcuni casi sfocia in maltrattamenti e profonde sofferenze, ha bisogno di chi si inventi un’app perché le donne possano di nascosto chiedere aiuto, di mediatori familiari che accompagnino strategicamente a gestire il conflitto, di assistenti sociali che attivino il sistema della tutela.

La scena educativa che ogni giorno, puntuale, si presenta nelle nostre case con figli, è messa alla prova da questo nuovo intruso che ci sigilla le porte e costringe a una prossimità h24 cui non siamo abituati. Su questa scena non serve uno psicologo, serve un pedagogista, che si occupa di educazione e che sappia suggerire come si possa rendere questa esperienza quasi surreale un’occasione di crescita e apprendimento, facendo leva sulle difficoltà per estrarne oggetti preziosi. O, se vogliamo restare su un profilo più basso, per sopravvivere ai ruoli contemporanei di mamma, insegnante, carabiniere, giocatore di FIFA, regista di puntate casalinghe di Masterchef e tutto quello che, da genitori, ci stiamo inventando.

Ma ancora. Chi oggi sta finendo orizzontale sui divani di casa, spento dal vuoto lavorativo, dal vuoto relazionale e dal silenzio per alcuni assordante, assorbito in un mondo parallelo di serie tv o videogame sofisticati, può scivolare senza accorgersi verso stati sempre più depressivi, perché il corpo è devitalizzato e non muove energia.
Non ha forse più bisogno di una buona insegnante di yoga o pilates, o di un esperto di classi di bioenergetica per ricevere quella spinta motivazionale ad alzarsi, incontrare qualcuno nelle stesse condizioni, e ritrovare del piacere semplice e sano nel muoversi, divertiti davanti allo stesso schermo che poco prima li appiattiva?

C’è posto per le differenze, perché i bisogni sono differenti.
Non c’è sempre bisogno di “cura”, nel senso sanitario della parola; c’è bisogno di “care”, sapiente e competente. C’è bisogno di solidarietà e di connessione, ce lo stanno dicendo in tutte le salse anche i neuroscienziati che l’essere vivente funziona e sta bene se è connesso e crea interdipendenze.
C’è bisogno che noi professionisti per primi attiviamo la solidarietà e la connessione, perché altrimenti non la possiamo insegnare.

Questo è l’umanesimo che sogno.
E che vedo realizzarsi ogni volta, e mi succede spesso, che siedo accanto a colleghi di varie specie e con loro rifletto, progetto, imparo, insegno, con l’intento comune di renderci utili alla collettività.

„Ciò che chiamiamo “vita” è un treno con tanti vagoni.
A volte ci troviamo in uno, a volte in un altro. In alcune occasioni passiamo dall’uno all’altro: accade quando sogniamo o quando ci lasciamo trasportare dallo straordinario.“.

Paolo Coelho

Nota
(*) Ricordo che anche nella psicologia il movimento umanista, nato attorno agli anni ’50, ha generato una corrente importante e nuova, che ha modificato ed evoluto tutte le forme già esistenti di fare psicologia.  E lo ha fatto mettendo al centro la persona, con i suoi bisogni, ma anche con il proprio potere di essere protagonista della propria evoluzione e “guarigione”. Ha rimesso al centro l’esperienza, la relazione, la corporeità, uscendo da schemi preesistenti e aprendo i confini della psicologia stessa ad altri saperi, competenze, professionalità affini.

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