NASCERE [BLOG G20]

18 giugno 1968
18 giugno 2020
No, non è l’inizio del mio epitaffio: è che sono cinquantadue anni che sono qui.
Cinquantadue sono due passi più della metà; considerato che sarei propensa ai cento, ho davanti uno spazio ampio da attraversare e mi piace.

Mi sono spesso chiesta se in qualche modo ci sia del merito a essere nati.
Per chi nasce naturalmente, venir fuori da quel tunnel non deve mica essere cosa da poco: c’è uno sforzo immane per risalire, mettersi giusti per scivolare meglio e darsi la spinta.
Per chi viene prelevato, come lo sono stati i miei figli, ci si risparmia quel tratto e anche questo mi sono sempre chiesta: quanto è diversa una nascita senza sforzo? Di per sé potrebbe essere assai meglio e, invece, ho sempre avuto idea che io e miei figli ci siamo persi la corporeità della loro nascita e che abbiamo un vuoto al posto dell’esperienza primaria di andarsene attivamente da un luogo a un altro, più aperto, meno accogliente ma ben più adatto per crescerci dentro. Chissà.
Comunque quel successivo impatto brusco con luce, rumori, voci dal vivo spetta a tutti.
Eccolo un altro aspetto di merito: ogni cellula del nostro essere si impegna a sopravvivere e ad adattarsi e lo faremo per il resto dei nostri giorni. Che ci siano mani gentili, luci soffuse e voci calme credo faccia una gran differenza e sarebbe buona cosa che lo tenessimo in mente nei luoghi dedicati a far accadere quel miracolo sorprendente che è il venire su questa terra.

E così ci si trova uno tra tanti, con un diritto a esistere per nulla già dato, ma ancora da ricevere.
Sì, perché per quanto reale sia l’essere nati, per quanto qualcuno abbia già deciso di portarci dentro per svariati mesi, è quando siamo fuori, occhi negli occhi, che riceviamo il diritto di stare in vita.
È un fatto relazionale il diritto alla vita, non certo un fatto esclusivo della biologia: appena mettiamo piede sulla terra dipendiamo, in tutto, dal resto dell’umanità.
Se ci accoglie un sorriso o un rifiuto, un odore di guerra o un sapore buono ne trarremo indizi a dirci se dovremo guadagnarci, sudando, ogni pezzetto di strada, sentendo dentro che nessuno veramente ci ha tirato dentro alla squadra; o, viceversa, se siamo benvoluti, avendo un bel posto in cui iniziare a capirci qualcosa di questo mondo.

E quell’impronta ce la porteremo dietro ovunque, sapendolo o sentendolo soltanto, e farà una grande differenza, difficile da vedere da fuori: sarà il paesaggio interno su cui poggiamo il nostro essere e resterà ciò che di più intimo e protetto avremo.

In quanto a impronte ne avremo addosso di ogni tipo e attorno cominceranno da subito a darsi di gomito per quegli occhi che così belli ce li aveva solo la nonna, e quei capelli folti e scuri che portano i venti del sud, e chissà da chi ha preso quella cocciutaggine, che suo fratello, invece, è così mansueto. E via dicendo: portiamo tracce di generazioni, tratti che si sono meticciati in una versione unica e originale, che sarebbe bello sapersi vedere con fierezza.
E portiamo segni di storie, siamo un crocevia dove tutto si incontra e prosegue con la nostra, di storia, ancora tutta da scrivere e da consegnare a chi se la vorrà prendere. O da chi se la ritroverà addosso, scritta a piccole lettere su quel codice misterioso che da millenni riesce a non fare nessuno uguale a un altro.

Una combinazione inedita, non ordinabile all’atto del concepimento, un potere assoluto che abbiamo in dotazione e che però, dal giorno uno, ci toccherà negoziare col permesso di continuare a essere ed espandere quello che siamo.
Nel migliore dei casi ci verrà indicato cosa dovremo fare per mettere ordine a quel selvaggio mondo di emozioni e sensazioni, lavorando la forma morbida che siamo per adattarla al tipo di ambiente in cui siamo capitati.
In altri, svariati casi, ci diranno cosa va bene e cosa no di noi, cosa sarebbe opportuno o necessario cambiare, cosa ci si aspetta che siamo, dandoci istruzioni, larghe o strettissime, su come fare per continuare a ricevere amore.

E lì, tutto si complica un bel po’. L’amore è un dono o un premio? O una miscela diversamente composta tra i due?
Dovremo impegnarci molto per trovare la quadra di una equa distruzione dei pesi, che tenga conto dei desideri degli altri senza rinunciare a noi. Dovremo prestare attenzione a non coprire troppo la forma originale, perché poi ce la perdiamo via e prima o poi ne sentiamo il dolore.

Di quel giorno mi tengo la gratitudine per essere stata invitata a far parte anche io di questo tutto.
Mi tengo paure e angosce infilate nel bagaglio, mie personali e nostre universali.
E mi tengo stretta ogni data uguale a oggi, per ricordarmi che quella tenace capacità di restare agganciata alla vita è un ingrediente prezioso che spero saprò ritrovare ogni volta che ne avrò bisogno.

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