NEUROSCIENZE

IL CONTRIBUTO ALLA PRATICA CLINICA
E ALLE RELAZIONI DI AIUTO

COSA SONO LE NEUROSCIENZE?

Le neuroscienze sono una branca della biologia e si occupano di studiare il Sistema Nervoso, attraverso connessioni continue con altre discipline scientifiche quali la fisica, la chimica, le scienze cognitive, l’informatica, la psicologia e psicoterapia, la linguistica che hanno ampliato il loro orizzonte di studio incrociando tutte le conoscenze a oggi disponibili sugli aspetti molecolari, strutturali, funzionali, evoluzionistici, cognitivi, medici del sistema nervoso. Finalmente siamo nell’epoca delle alleanze tra scienze umane e le scienze naturali con una epistemologia sistemica ormai trasversale a tutti. Ed è così che possiamo integrare le nostre conoscenze psicologiche del funzionamento umano con quelle sul sistema nervoso derivanti dalle nuove tecniche di Neuroimaging Funzionale (l’osservazione, tramite Risonanza Magnetica o tecniche affini, del metabolismo cerebrale, delle funzioni delle diverse aree cerebrali e della relazione tra loro).

Siamo ormai consapevoli che parlare di corpo, mente ed emozioni in modo separato non ha alcun senso.
Dice Antonio Damasio, neuroscienziato e psicologo portoghese, che compito delle neuroscienze è creare la tela di fondo da cui partono gli studi sull’attaccamento: comprendendo la biologia del nostro modo di funzionare siamo in grado ora di comprendere cosa soggiace ai meccanismi cognitivi, emotivi e come siano determinati dalla interdipendenza tra gli esseri umani.

Ma che cosa ci hanno insegnato le Neuroscienze in questi ultimi decenni?
Che il Sistema Nervoso si modifica nel tempo e la sua plasticità abbatte un mito: quello di un sistema adulto stabile, che evolve nell’infanzia e poi si ferma all’ultimo stadio raggiunto. L’epigenetica, in particolare, è quella parte della biologia che studia le modifiche chimiche ambientali del DNA ovvero come l’ambiente condiziona il genoma (l’insieme dei geni), dirigendone l’espressione e la manifestazione fenotipica (ciò che si manifesta) senza che vi sia un cambiamento nella sequenza del codice genetico stesso. Se fino a qualche tempo fa era opinione diffusa che il genotipo fosse una sorta di “programma stabile” in grado di determinare il nostro fenotipo, ora invece il genoma è inteso come una potenzialità: è l’attivazione o repressione di specifici geni, indotta dall’ambiente nel corso delle fasi embrionale-fetale.
Ecco, dunque, che le innumerevoli connessioni tra neuroni, che ci tengono in vita, non sono modificate solo dall’evoluzione delle specie, ma anche dalle esperienze.

Ci hanno insegnato che l’esperienza lascia nel genoma dei segni relativamente stabili, che non lo cambiano nella sua “identità” profonda, quanto nel suo modo di manifestarsi e che questo accade anche nei neuroni maturi. Cambia il connettoma, ovvero le innumerevoli connessioni neuronali che costituiscono una sorta di software del nostro sistema nervoso. Potremmo dire che l'Epigenetica studia come funziona l'upgrade della nostra capacità di adattamento. La pratica e la ripetizione di buone esperienze comportano cambiamenti e apprendimenti che lasciano il segno, nel senso che si integrano a livello corporeo.
È qui il punto di congiunzione tra gli studi delle neuroscienze, la clinica psicologica e tutti gli approcci che pongono al centro del proprio interesse il cambiamento e il ben-essere personale/relazionale. L’unico modo in cui riusciamo davvero a fare la differenza, ci dice Daniel Siegel, fondatore della neurobiologia interpersonale, è realizzare che la mente è ben più ampia del cervello, più ampia del nostro stesso corpo. Siamo essere relazionali e il nostro sistema complesso funziona solo nella interdipendenza con gli altri essere umani, attraverso la regolazione sociale dei nostri cervelli.

COSA HO IMPARATO DALLE NEUROSCIENZE 
E COME LE UTILIZZO?

Nel maggio 2017 ho partecipato a un congresso di alcuni giorni organizzato a Londra da ICS International, dal titolo “Congress Attachment and Trauma”. È stata un’occasione di grande apprendimento incontrare i massimi esponenti delle neuroscienze contemporanee insieme a clinici di grande esperienza: Daniel Siegel, Bessel Van der Kolk, Stephen Porges, Antonio Damasio, Pat Odgen, Louis Cozolino, Vittorio Gallese, Diana Fosha.

Dalle neuroscienze ho imparato che le nuove esperienze che facciamo si traducono in un aumento/cambiamento dell’attività dei nostri neuroni, si incarnano cioè, diventano corpo. Ed è  da qui che deriva l’importanza di ripetere i nuovi apprendimenti per dare tempo al nostro sistema di inscriverli e renderli permanenti.
Quando lavoro con i gruppi constato che è proprio la possibilità di ripetere più volte modalità relazionali efficaci che può cambiare il modo di essere, anche fuori dalla “palestra” che il contesto del gruppo rappresenta.

Ho imparato che spiegare come funziona il nostro sistema nervoso, e il nostro corpo in generale, aiuta le persone a maneggiare meglio le proprie reazioni emotive e corporee perché dà una visione interna più chiara dei nostri processi. Nella formazione scolastica le informazioni che ci sono state passate sono state spesso disgiunte da un apprendimento più esperienziale e, dunque, più emotivo.

Sapere che nel nostro sistema nervoso ci sono zone e collegamenti che controllano specifiche funzioni e “vederlo”, collegandolo all’esperienza diretta, produce un apprendimento duraturo e utilizzabile. Ad esempio: il concetto di “finestra di tolleranza” introdotto da Daniel Siegel, ovvero quello “spazio” interno percepito, più o meno ampio a seconda delle persone, entro il quale siamo in grado tollerare ciò che sentiamo e fuori dal quale andiamo nella dis-regolazione, è un’utilissima rappresentazione che serve a visualizzare i nostri stati e a percepire il potere che abbiamo nell’intervenire per regolarli meglio.

Ho imparato dai contributi di Stephen Porges e dalla sua Teoria Polivagale che per stare bene abbiamo bisogno di verificare che l’ambiente in cui siamo sia un luogo sufficientemente sicuro. E per ambiente intendo anche l’”ambiente relazionale”. Diversamente, il nostro sistema attiva i meccanismi difensivi necessari per garantirsi protezione e, per farlo, disattiva almeno in parte le funzioni di coinvolgimento sociale nelle relazioni. Nel mio lavoro questa consapevolezza mi ha portato ad avere cura di tutti quegli elementi e fattori che possono trasmettere sicurezza, per permettere ai miei clienti di sentirsi a proprio agio e non dover ricorrere a protezioni eccessive.

COSA HANNO DA DIRE LE NEUROSCIENZE 
AL NOSTRO MONDO CONTEMPORANEO?

Le neuroscienze, mettendo insieme la conoscenza del funzionamento del corpo umano con quella del nostro funzionamento psicologico, ci offrono il preziosissimo contributo di comprendere quanto tutto sia connesso e non separabile, scardinando ancor più tutta la scienza meccanicistica post cartesiana, che divide corpo e mente.
Il paradigma scientifico della PNEI (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia) è un esempio interessantissimo di integrazione di conoscenze e di teorie, provenienti sia dal campo biologico sia da quello psicologico e filosofico, il cui assunto è che l’organismo umano funziona come un network di sistemi strutturati e interconnessi, che influenzano e sono influenzati dalla dimensione psichica. La parcellizzazione dei campi d'indagine è un metodo destinato a non portare reali contributi, perché si sottrae a una realtà, ormai evidente e scientificamente provata, che tutto è connesso.

Oggi di stress si parla tanto, si fanno corsi in azienda e si seguono rimedi di ogni sorta. Le neuroscienze supportano la convinzione che lo stress, specie se persistente, compromette il nostro sistema, a partire da quello immunitario. E, di conseguenza, che se la nostra biochimica è compromessa, la plasticità necessaria al cervello per reagire alle nuove esperienze e imparare cose nuove non funziona bene. Come anche la medicina ci insegna, arginare i sintomi è ben diverso da agire sulle cause. Abbiamo bisogno di imparare, a livello personale e a livello sociale, a creare condizioni di vita e di relazione che attivino il nostro sistema di coinvolgimento sociale, più che l’attacco e la fuga difensivi. Un sistema più evoluto e in grado di garantire una qualità di vita oltre che la sopravvivenza. Questo ci fa diversi dalle gazzelle e dai leoni.

Stephen Porges, che ci ha fornito una interessantissima teoria sul nostro sistema della paura e della sicurezza, ci insegna anche ad andare oltre un concetto di sicurezza inteso unicamente come controllo e limitazione: oggi tanti dei nostri ambienti sono normati da fitte procedure e divieti, ma questo non garantisce un’effettiva sensazione di essere al sicuro. Occorrono condizioni relazionali e comunicative che realmente trasmettano profondamente quel safe state di cui abbiamo bisogno, soprattutto nei luoghi di cura e accoglienza.

Alessandra Di Minno

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