PARLARE AI BAMBINI [BLOG G26]

Sono ferma ad aspettare.
Accanto, due donne e un piccoletto di 5 anni o giù di lì.
Ha la faccia simpatica e ci scambiamo due occhiate perlustratrici.
Traffica con un aggeggio che somiglia a un supereroe.
Quello che non è lui.

Sopra la sua testa la mamma e l’amica parlano, a un volume che vorrebbe essere sommesso, ma che arriva.
Anche a me che, involontariamente, raccolgo qualche frase.
“ Le hanno prospettato pochi mesi di vita… “
Alla nonna, intuisco.
A “lui” non lo abbiamo detto…”. Un accenno invisibile al piccoletto.
Non so come faremo senza di lei…” Qualche lacrima, furtiva e sconsolata, asciugata di gran fretta. 

Ma il sommesso, qui, è un vestito controsenso: smaschera l’indicibile e lo consegna, distratto, a chi non era destinato.
Noi che li crediamo invisibili, o ci pensiamo capaci di simili magie; loro che colgono ogni cosa.
Noi che li immaginiamo con l’udito intermittente, silenziabile all’occorrenza; loro che colgono vibrazioni, emozioni, tensioni. Sentono con tutto il corpo, avvertono umori e disamori.

Due cose sono certe: che i bambini hanno un udito giovane e sopraffino (con rare eccezioni); e che i bambini hanno le antenne: captano, come radar, intercettano stimoli dei più disparati e li registrano per dar senso alle cose.
Annusano l’aria per avere conferme che va tutto bene, e se non va tutto bene, cercano riparo e hanno bisogno di trovarlo.

Se non ci siamo, lì con loro, altezza bassa, si proteggono come possono e, se serve, fingono di non sentire. 
Lo fingono che sembra vero, che si ingannano loro stessi, che proseguono a giocare. 
Ma in verità sono soli, in un silenzio che fa paura più dei lupi.
Così di giorno trattengono come spugne e la notte sputano fuori sogni scuri.
Perché i bambini colgono ma non capiscono: se non spieghiamo con le loro parole, o li evitiamo con le nostre parole, restano senza un senso e in una nebbia fitta impossibile da squarciare.

Poi accade, invece, che ce ne ricordiamo.
Di com’era, quando capitava a noi. Di che dolore o confusione se ci lasciavano scoperti alle prese con la vita.
Accade di essere madri e padri che non perdono il contatto.
Porti sicuri e sguardi onesti, che non risparmiano le ombre ma ci si infilano insieme, senza perdere la mano.

Proteggere i bambini è nostra responsabilità.
Non proteggiamo evitandogli la fatica, ché nella vita dovranno sapersela portare. Ne siamo tentati, io lo sono, per quella fitta che ogni volta mi attraversa nel vedere ombre sui loro volti.
Non proteggiamo nemmeno inventandoci mirabili stratagemmi per distrarli quando le cose si mettono male.  Li confondiamo soltanto poiché gli arrivano messaggi, emotivi e corporei, che sono incoerenti con i messaggi verbali. 
E li depistiamo dall’opportunità, che avrebbero, di imparare con noi che ce la si può fare anche quando va male.

Si tratta, piuttosto, di tradurre, questo sì: non possiamo consegnare ogni cosa com’è. Si tratta di accompagnarli. Di rallentare il passo.
Spiegare quel che sappiamo spiegare e disegnare possibilità.
Costruire reti sotto i loro piedi, morbide e forti, che li sostenga al bisogno. 

Si tratta, insomma, di farli sentire parte, invece che metterli a parte.
I bambini sono forze superiori e fragilità commoventi.
Quando sappiamo vederli e prenderceli per mano attraversano tutto, con saggezze inaspettate.

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