PERCORSI IN GRUPPO

INTEGRARE IL LAVORO ONE-TO-ONE
CON IL LAVORO IN GRUPPO

Credo molto nella combinazione tra il lavoro svolto in relazione one-to-one e il lavoro svolto con un gruppo.
Ci credo perché l’esperienza mi ha dimostrato ampiamente che il cambiamento e la possibilità di stare meglio con se stessi e con gli altri sono potenziati dall’integrazione tra queste due esperienze così diverse.

Ma vediamo più da vicino quali sono le differenze principali.
Nella relazione one-to-one si riceve l’attenzione esclusiva e si prende tutto lo spazio per sé. Gli incontri durano un’ora.
Si segue un proprio ritmo e ci si concentra insieme su quegli aspetti che si decide di affrontare. Il ritmo, cadenzato settimanalmente per la maggior parte dei miei clienti, permette un lavoro continuativo. Per molti è proprio il fatto che sia uno spazio protetto da tutto il resto che facilita l’espressione autentica di sé.

Nella relazione in gruppo
si condivide l’esperienza di lavorare su di sé con altre persone, spesso mai incontrate prima. Lo spazio e il tempo sono divisi tra più persone e così l’attenzione di chi conduce il gruppo. Gli incontri durano quattro ore.
Il ritmo è cadenzato mensilmente, per lasciare tempo di assimilare le esperienze fatte. La conoscenza tra i partecipanti si trasforma, nel giro di pochi incontri, in una intimità particolare, a partire da un’alleanza iniziale di non giudizio e di protezione della segretezza di qualsiasi cosa accada.

Cosa offre l’esperienza di gruppo?

Il gruppo è una squadra

Il gruppo è una squadra, dentro la quale possiamo coltivare il senso di essere parte e di avere un valore per gli altri. Spontaneamente ciascuno si posizionerà nella propria zona di comfort, ricoprendo il ruolo che tende a riproporre abitualmente nelle situazioni sociali. Ma, come in una squadra, i ruoli possono essere cambiati e sperimentati, scoprendo inclinazioni e possibilità. Acquisire o rinforzare la propria capacità di far parte di una squadra è una competenza che si rivela utile in tante occasioni, a partire, in molti casi, dai contesti lavorativi.

Il gruppo è uno specchio

Il gruppo è uno sguardo e uno specchio dentro cui osservarsi. Attraverso gli occhi degli altri possiamo imparare molte cose sul nostro modo di entrare e stare in relazione, che dalla nostra prospettiva di visione non sappiamo vedere. Certamente il gruppo deve imparare a farlo nel rispetto e con delicatezza e in questo consiste soprattutto la protezione che un gruppo di questo tipo può dare. Il gruppo è uno specchio che ci accompagna a stare nella verità, scoprendo che la verità non è quasi mai una sola.

Il gruppo è un laboratorio

Il gruppo è occasione per sperimentare modi nuovi di essere e stare con gli altri. È il luogo dove si possono osare movimenti inediti, senza che questo scandalizzi nessuno, perché è creato proprio per imparare. È un laboratorio dove si possono provare abiti mai indossati e ampliare le nostre possibilità. È uno spazio in cui si creano le condizioni per fare esperienze sentendosi al sicuro.

Il gruppo è una palestra

Il gruppo è una palestra di relazioni, in cui allenare quello che abbiamo scoperto essere più funzionale per noi e per gli altri.
È un luogo attrezzato per rinforzare quello che è ancora fragile e per lasciare andare vecchie abitudini che non ci servono più. In gruppo la palestra è meno faticosa perché si fa insieme e si condividono i successi.

Il gruppo è un microcosmo

Il gruppo è una piccola porzione di quello che c’è fuori, nel mondo. Riproduce la varietà delle differenze caratteriali, la distribuzione di ruoli, le difficoltà di stare con gli altri e il piacere che dà. È un’esperienza del mondo in dosi “omeopatiche”, che ci prepara per affrontare con più radicamento e flessibilità la vita quotidiana. È un microcosmo che acquisisce una sua identità, mai uguale ad altri gruppi e per questo unico.

Il gruppo è un integratore

Il gruppo è un’occasione per dare spazio a tutte le dimensioni del nostro essere: siamo corpo, emozioni e pensiero nello stesso momento e in relazione con altri corpi, emozioni e pensieri. È una grande opportunità per recuperare l’espressione spontanea di ciò che siamo, imparando a riporre le maschere che tendiamo a utilizzare e che, spesso, ci fanno perdere di vista parti di noi preziose. Il gruppo è l’integratore che attiva l’energia e le dà un contenitore dentro cui lasciarla fluire liberamente, restituendoci spontaneità e vitalità.

Il gruppo è un processo

Il gruppo ha una sua nascita, una sua vita e una sua conclusione: ogni fase richiede un tempo e una cura specifica. Ha un suo andamento circolare, si torna e ritorna imparando ogni volta qualcosa in più, senza alcuna pretesa di perfezione. Il gruppo è un alternarsi di aperture e chiusure, inspirazioni ed espirazioni, contrazioni ed espansioni: stare nel processo ci insegna a stare nel movimento alternato della vita. Il gruppo è un processo che impariamo e lo avremo sempre con noi: un ciclo di consapevolezza, esperienza, apprendimento.

IL GRUPPO DI COUNSELING 
ad approccio bioenergetico-gestaltico

A chi si rivolge

Il percorso di gruppo che conduco, insieme al mio collega Riccardo Vanni, è aperto a coloro che già fanno, o hanno fatto, un lavoro individuale di counseling psicologico o psicoterapia, proprio per partire da una base comune e un’attitudine alla consapevolezza.
Preliminarmente faccio un colloquio di conoscenza, a meno che non si tratti di un/una mio/a cliente: in quel caso la decisione avviene sulla base di valutazioni comuni circa l’opportunità di integrare o sostituire per buona parte il lavoro individuale. Trovo utile mantenere, comunque, incontri individuali più diluiti nel tempo, come occasione di ulteriore elaborazione di quanto osservato e sperimentato nel gruppo. È anche un modo per accompagnare il passaggio da una modalità di relazione esclusiva alla condivisione della relazione con altri.

Il tempo

Il viaggio del gruppo dura un anno per dare il tempo di attraversare tutte le fasi necessarie (nascita, vita e conclusione) e perché i benefici che possiamo trarre dall’esperienza hanno bisogno di tempo: allenare, sperimentare, integrare richiedono impegno e costanza. Per questo l’ingresso al gruppo è previsto all’inizio e non a incontri già avviati: dà stabilità e fortifica l’alleanza tra chi decide di intraprendere il viaggio e crea un sentimento di parità importante.

Ogni incontro ha una durata di quatto ore ed è in orario serale, quando tutti gli impegni della giornata sono terminati. Quando si entra si sa che non c’è fretta, che tutto può accadere lasciandosi andare a un ritmo proprio, lontano dalla prestazione, dal dover rispondere a qualche aspettativa. È un tempo che lascia posto a tutti e dà modo di “lavorare” temi o dinamiche di relazione dedicandoci la cura che serve.

Come si lavora

Il gruppo è un cerchio che pone tutti alla stessa distanza dal centro e il centro è il patto di alleanza condiviso: quello di farne un’esperienza di crescita e apprendimento e di coltivare relazioni vere e nutrienti. Il cerchio si fa, si disfa e si ricrea a seconda dei movimenti che si genereranno. Essendo il nostro un approccio bioenergetico-gestaltico il cerchio si apre per fare spazio a esperienze corporee e a lavori esperienziali, sempre senza alcuna forzatura e con gentilezza, innanzitutto verso se stessi.
Il cambiamento, diceva Arnold Beisser, avviene quando accettiamo di essere ciò che siamo, non quando pretendiamo di diventare ciò che non siamo. Non serve forzare nulla, ma affidarsi alla propria autoregolazione e fare piccole incursioni fuori dalla propria comfort zone, sostenuti dal gruppo, che diventa alleato nel procedere verso direzioni evolutive per tutti.
Ciò che viene portato e messo al centro nasce spontaneamente dal gruppo e viene “lavorato” insieme. Man mano che il tempo passa il gruppo acquisisce una sempre maggiore capacità di stare nell’espressione autentica, nel non giudizio e nel reale supporto all’apprendimento.

La funzione dei conduttori

La conduzione ha lo scopo principale di creare dall’inizio e aver cura poi delle condizioni perché il gruppo possa lavorare al massimo delle proprie potenzialità. Crea un contenitore, flessibile ma anche saldo, all’interno del quale ci si possa sentire sufficientemente al sicuro, con una visione chiara di quali siano in confini e le regole condivise. La conduzione asseconda il movimento del gruppo, imprimendo una leggera pressione verso la costruttività e contenendo gli inevitabili passaggi di difficoltà, dati dal mettere in scena anche i nostri aspetti relazionali disfunzionali. Sostiene l’intento di cambiamento, con rispetto e fiducia, allestendo situazioni che possano favorirlo.

Mi occupo da anni di gruppi e ogni volta è una sorpresa, oltre che un’occasione di imparare a mia volta tantissimo.
Il mio collega Riccardo, a sua volta, conduce gruppi da tempo: la sua formazione in Bioenergetica e in Danzamovimentoterapia gli ha donato la capacità di ascoltare il linguaggio sottile del corpo e offrigli occasioni straordinarie per esprimersi, manifestando la saggezza e la potenza che il corpo ha di accompagnarci a stare meglio con noi stessi e con gli altri.

per saperne di piu'

È ormai da un secolo che abbiamo colto la potenza del contesto gruppo. In diversi ambiti, clinici, sociali e anche aziendali, già agli inizi del Novecento si osservava quanto la dimensione della gruppalità, a determinate condizioni, avesse la forza di generare cambiamenti molto più velocemente e profondamente rispetto a relazioni uno-tanti (pensiamo alla modalità “frontale”) oppure one-to-one.
Una scoperta che ha avuto seguito in tantissime sperimentazioni che hanno cambiato il modo di lavorare, di fare formazione e, in alcuni Paesi, soprattutto quelli anglosassoni, di fare psicologia.

Il gruppo è un sistema complesso: immaginiamolo come un campo dentro cui si intrecciano movimenti e relazioni di diversa qualità, intensità, direzione, formando un unico grande “soggetto” che acquisisce una forma propria, una identità. Tanti movimenti e tante forze in un unico campo, quindi. La differenza con una relazione one-to-one è immediata: energia, quantità e qualità diverse. La potenzialità è altissima. Allo stesso tempo è un contesto difficile, proprio per la sua complessità, che richiede grande capacità di adattamento, di tolleranza della differenza e di regolazione emotiva. Ciascuno deve sapersi aprire e chiudere al contatto, lasciandosi andare al nutrimento e al cambiamento, ma presidiando il rischio di “perdersi”.

Se avete letto “Il signore delle mosche” (1954) di William Golding avete un esempio narrativo di come il gruppo possa, al contrario, generare distruttività; Sigmund Freud, nella sua “Psicologia delle masse e analisi dell’IO” (1921), ha fatto una lettura psicologica che ha permesso di riattraversare la storia moderna mettendo in evidenza il potere, nel bene e nel male, dei gruppi. Ma sono solo due esempi, tra i tantissimi contributi che parlano di gruppi.

L’Io lascia il posto a un soggetto NOI, così potente da fare anche paura, ma di una ricchezza incredibile se le condizioni di leadership canalizzano verso la costruttività. E per leadership non intendo necessariamente riferirmi a un personaggio che si ponga alla guida, quanto a una funzione diffusa, messa in campo per contenere e incanalare l’energia massiccia e diversificata del gruppo.
Con una cura attiva di certe condizioni il gruppo è un sistema ad alta funzionalità.

Alessandra Di Minno

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