[BLOG G2] Prendersi il tempo

Da due mesi il ritmo si è sintonizzato su onde lunghe e lente: improvvisamente non so più cosa sia la fretta e non devo fare in fretta. 

Questo ultimo decennio ha avuto una tale accelerata che la fretta era diventato un ritmo abituale e non un cambio di passo occasionale: a Milano correre è un must. Chi non lo fa resta indietro, chi resta indietro annaspa.
D’altro canto, anche chi corre dopo un po’ annaspa.

I cambiamenti degli ultimi anni sono così veloci che facciamo appena a tempo a imparare come si fa che occorre passare alla versione 2.0 e poi a quella pro e a quella advanced e poi via tutto, un’altra moda, un altro device, un altro piccolo robot, un’altra serie, un altro modo per dimagrire, un’idea brillante che sostituisce quella di due ore prima che, oramai, è obsoleta. Inventiamo continuamente e c’è qualcuno che si premura di farlo per mestiere facendo cose sorprendenti. Ha ragione Gino (ndr. Gino Mazzoli è docente universitario e si occupa di formazione), lui dice e scrive così bene ogni cosa: nell’ultimo decennio viaggiamo a un ritmo tale che è come se invenzioni come ruota, fuoco, elettricità, treno e areo venissero alla luce ogni settimana.
I tempi dell’era tecnologica vanno più veloci di noi e noi corriamo, corriamo, come Forrest Gump. Corriamo perché si fa, perché lo fanno tutti, perché così arriviamo primi e facciamo tutto bene e finiamo tutto quel che c’è da fare. Ma tutto cosa? 
Procediamo col tartufo al suolo come il cane bianco, quando la portiamo a correre per le colline, e segue tracce di presunte prede. Ma la sera, il cane bianco, stacca ogni collegamento e dorme profondo il sonno del giusto, perché quell’eccitazione richiede un’impennata energetica che va compensata.
Noi no: noi il ritmo lo dobbiamo tenere alto perché il capo, perché l’agenda, perché altrimenti restiamo indietro.
Ho sempre provato una gran pena per quei cani condannati a rincorrere la bici del proprio padrone senza poterlo scegliere.

Il ritmo esterno è diventato un ritmo interno.
Che noia, mamma, è troppo lungo questo video!”  io, trepidante, che aspetto un loro parere e loro che iniziano già a scalpitare dopo pochi secondi. Non è colpa loro, li abbiamo noi partoriti tenendoci l’Ipad in mano per spostare gli appuntamenti del giorno, li svegliamo noi tutti i giorni dicendogli sbrigati che è tardi.
È tardi per cosa che sono nato da pochi anni??
Resto sola con il mio video tra le dita, loro sono già in un’altra scena, un’espressione velatamente delusa e un dubbio che mi assale: sarà davvero troppo lungo? Sì, perché poi ci si deve adeguare. Non possiamo andare in compagnia e indugiare a ogni curva per godere il paesaggio. O meglio, possiamo, ma poi ci ritroviamo soli.

Quando il Coronavirus è arrivato si è preso per un po’ il nostro orologio e ne ha manomesso gli ingranaggi.
Un lungo time-out. Non per tutti. Mi collego con un cliente per la nostra sessione e lui, trafelato, sembra correre sul posto: ore di smartworking sul crinale tra reale e virtuale. La sua azienda tiene il ritmo, probabilmente ne è della sua sopravvivenza, ma non si è lasciata scalfire dalla brusca frenata che ha fatto sobbalzare il mondo. 
Mi ricorda Vera (i nomi sono e saranno sempre di fantasia), veniva da me perché aveva stati di ansia che fastidiosamente la mettevano al muro. Da mesi non dormiva bene la notte e aveva un respiro corto che “non è niente”, le dicevano i medici.
Quando raccontava di sé pareva una centometrista: le chiedevo, di tanto in tanto, di fermarsi un momento, allungarsi un po’ all’indietro, prendere aria e poi riprendere a parlare. Mi diceva che la sera, quando rientrava a casa, ritirava fuori il portatile per finire quello che aveva lasciato indietro, perché era lenta, accidenti come sono lenta. Io devo risolvere questa cosa perché non si stanno facendo una buona idea di me, mi supplicava.
Un flashback, siamo io e lei. Camminiamo per la stanza, non è grandissima ma spazio ce n’è.
Rallenta, Vera. Non posso… Rallenta, Vera.
Mi vengono in mente i Tir, con quel numero tondo che indica la velocità minima consentita, sennò intralciano.
C’è una forza che la spinge da dietro, una mano invisibile che le impedisce di rendere impercettibile il passo.
Ma poi ce la fa: non mi guarda nemmeno più, ha gli occhi socchiusi e goduti, un equilibrio perfetto che non la fa vacillare e le restituisce grazia.
Ci vuole un po’ per rallentare il passo anche quando fretta non ce n’è più. 
La volta dopo facciamo un altro esperimento.
Mi torna in mente che, quando mia madre suonava il pianoforte, gli poggiava sopra un aggeggio nero con un’asta verticale che si muoveva al ritmo che lei aveva impostato. Ci giocavo a mettere il ritmo più veloce e dopo un po’ sterzavo verso l’opposto, dove il battito si faceva lentissimo.
Adesso basta un qualsiasi smartphone ed ecco il metronomo digitale. Lo mettiamo sul tavolino tra le due poltrone rosse su cui ci rilassiamo per qualche minuto per sentire che riverbero ha nel corpo ogni cambio di ritmo: lento, veloce, lento, veloce.
Il pensiero viaggia tra i circuiti neuronali a una velocità che può raggiungere i 250 km all’ora, appena più lenta di un FrecciaRossa.  Non crediamoci mai alle verità definitive, sono numeri, e domani potrebbero essere sostituiti da altri che si presenteranno come ennesima certezza. Tuttavia, vero è che le nostre menti sono abituate a viaggiare veloce.
Il pensiero si genera e si disfa, saltella, scompone e ricompone, senza fare i conti con la gravità.
Vera si accomoda divertita sulla frequenza massima. “È il mio passo al mattino quando faccio colazione. È il ritmo delle mie dita sui tasti, quello del prendere appunti quando sono in riunione e quello dello spuntare le mille cose che faccio ogni giorno” – mi dice spiegandomi perché ha scelto quel ritmo quando le ho chiesto di fermare il metronomo sul passo a lei più congeniale.
Dunque, non sei così lenta? La guardo di sottecchi per stanarla da quell’abitudine a darsi voti bassi, come si fa al primo quadrimestre. Ma non è questo il punto. E presto mettiamo a fuoco qualcosa: la mano invisibile che la spinge non è tutta roba sua. È un mondo fatto così, cui ha dovuto adeguarsi.
Il ritmo naturale della vita è alternanza di espansione e contrazione. Ogni cellula e ogni atomo dell’universo funzionano come un respiro: se usciamo da questo ritmo ci manca il fiato.
Settimana dopo settimana il lavoro con Vera diventava un allenamento a cambiare ritmo: mi diceva che stava imparando a non scivolare nell’automatismo e a scegliere, quando le era possibile, il suo passo.
La velocità del pensiero e il ritmo del corpo sono come una lepre sta a una tartaruga: se forziamo la tartaruga nella corsa è verosimile che non otterremo granché. Fuor di metafora quel che ci resterà saranno fiato corto e notti agitate. 
Poi è arrivato un giorno che a quel respiro affannato io e Vera siamo riuscite a dire addirittura grazie: l’aveva “costretta” a modulare il suo passo e da allora lo aveva imparato per sempre.

Non lo so ancora se possiamo anche ringraziare questa malattia collettiva, perché ne ho pudore per chi sta ancora curandosi ferite profonde. So, però, che prenderci il tempo di respirare non è un privilegio, ma un fatto naturale.

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