[Le relazioni: che impresa! G40]

Questa mattina, appena ho aperto forzatamente il primo occhio per concedermi al nuovo giorno, lo avrei richiuso all’istante. Sonno? Nebbia fitta? Qualche dolore di troppo? Un mix, diciamo.

Si dice che capiti di mettere giù il piede sbagliato.
Per la precisione, che sia tutta colpa del piede sinistro, che dovrebbe, per tradizione, dare la precedenza al destro. 
Retaggi di una discriminazione culturale di origine antica, pare babilonese, che accostava la parte sinistra a un’offesa verso gli dèi.

Comunque, a breve realizzo di essere in buona compagnia: nel giro di pochi minuti scariche elettriche di nervosismo attraversano come spade laser tutti i locali della casa.

Muoviti, lasciami il bagno, masipuòsapereperchènonlavilamacchinadelcaffè, il cane bianco che richiede con rumorosa insistenza il suo biscotto rituale, il cane nero che la copia, accenni di diverbi sui più disparati argomenti.
Ce n’è per tutti.

Sembrerebbero pretesti: scarichiamo qualcosa gli uni sugli altri, sentendoci anche un po’ fuori posto. Perché, in effetti, quando tutto procede liscio è una gran bella cosa stare insieme.

Mia moglie sostiene che sia uno spreco.
Che ogni volta che finiamo dentro un litigio, o qualcosa di affine, stiamo sprecando buone occasioni per andar d’accordo. 

È una prospettiva interessante, in effetti, che invoglia a non lasciare che le zone d’ombra prendano troppo il sopravvento nelle nostre vite quotidiane, facendoci sprecare, appunto, pezzetti di serenità.

Tuttavia, di solito contropropongo che trattasi, semplicemente, della nostra finitezza. Il limite della nostra umanità.

Per quanto annunciamo, convinti, la ricchezza dell’essere diversi gli uni dagli altri, stare con le differenze è un mestiere assai complesso.
Siamo abituati a guardare il mondo e la vita dai nostri occhi e il tutto ha una sua curiosa ovvietà. 
Se arriva qualcuno che propone un’alternativa, magari meno allettante, magari scomoda, magari semplicemente che non quadra con le nostre premesse, siamo fuori dalla nostra comfort-zone
Ed è così che sviluppiamo abili tattiche per ritornarci, nella nostra comfort-zone, cercando, tra le cose, di spingerci a forza anche gli altri.

Eppure. 
Eppure, il bello potrebbe proprio essere quello scarto destabilizzante tra ciò che percepiamo noi e quel che percepiscono gli altri. 

Le relazioni, in effetti, sono incastri tra pezzi di puzzle casuali.
Lo spazio che avanza, quella zona di imperfezione in cui collimare è impossibile, è ciò che di più creativo possiamo augurarci. 

Lì, in quella zona cuscinetto tra me e l’Altro, il differentemente Altro che mi abita accanto, o che mi lavora accanto, o che mi passa accanto nelle disperate esperienze della vita, possiamo fare qualcosa di grande.

Per prima cosa possiamo respirarci. 
Sospendere il tempo per istanti, fermando quelle reazioni istintive di cui, non di rado, ci pentiamo.
Respiro e mi connetto bene con me per darmi la chance di scegliere come vorrò reagire. E non di reagire e basta.
Il potere della scelta lo abbiamo anche nelle micro-azioni del quotidiano, non solo nelle tappe cruciali della vita.

Poi possiamo negoziare, cercare punti di contatto, trattare spazi e visioni per uscirne vivi e soddisfatti entrambi. 
Un lavoro di tessitura che può richiedere tempi o anche avvenire in velocità.
Parte, questa possibilità, dalla capacitò di relativizzare: non crediate che la stanza che state guardando da dove siete seduti ora sia quella che vedete. Il vostro dirimpettaio, che siede dall’altra parte del tavolo, vede dell’altro e dice, allo stesso modo che quella è la vera stanza. O mettete insieme le angolazioni o vedrete sempre solo una fetta della realtà.

Infine, possiamo guardarci. Prenderci il gusto di soffermarci ad ammirare (in latino è ad-mirari, guardare con stupore) che l’Altro è curiosamente differente. E ineccepibilmente originale, una versione unica sulla Terra.
E, magari, gli vogliamo anche bene. 

A guardarsi, di solito, si spalancano cose dentro. 
Dovremmo farlo di più.

Quando rientro a casa, dopo aver sganciato i gemelli davanti a scuola, c’è un silenzio che sa di tregua.
Sento un rumore strano e mi volto verso il divano: il cane bianco sogna e mentre sogna mostra i denti, ringhiando cose indecifrabili. Rido di noi, di me e di lei. Del bisogno naturale di difendere il nostro spazio vitale e del ringhio che a volte ci scappa se qualcuno lo importuna.

Convivere, mia cara, è un’impresa coraggiosa. 
Ma che bella, questa impresa…

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