[BLOG G3] Rompere gli equilibri

Nei primi giorni dell’anno 2020 eravamo ignari di tutto.
I media iniziavano a parlare di Wuhan, grande città cinese ai più sconosciuta, a 8000 chilometri dalle nostre strade.
Allora pareva che il Covid-19 fosse un problema tutto loro, come quei mille altri disastri che ci passano sullo schermo ogni giorno, e con l’ingannevole leggerezza che hanno le immagini nell’apparire e l’istante dopo di dissolversi.
Abbiamo sviluppato una sofisticata pellicola protettiva che toglie sensibilità alla pelle per non farci sentire, rendendoci per lo più apatici, senza passione, senza calore, senza dolore, senza pudore per ciò che succede oltre il confine di “quel che mi riguarda”, diversamente collocato da ciascuno.
La possibilità di entrare in contatto, in tempo reale, con tanti avvenimenti che contemporaneamente si consumano nell’intero mondo, è un inedito nella storia dell’uomo degli ultimi decenni, un’inezia in termini temporali.
Il nostro sistema nervoso non è programmato per reggere tanti stimoli senza esserne travolto e, essendo invece ben forniti di capacità di adattamento, abbiamo sviluppato efficaci protezioni per salvarci dal blackout.

Di lì a poco la Cina veniva isolata, dandoci un sollievo temporaneo e la sensazione familiare che avrebbe potuto continuare a non riguardarci.
Ma la globalizzazione non vale solo per i vantaggi che porta e ben lo sappiamo: con la dichiarazione dell’emergenza sanitaria, a pochi passi da casa, accadeva qualcosa che ci riportava indietro di un secolo quasi preciso, quando la “grande influenza”, di cui scrissero per primi i giornali spagnoli, si diffuse a macchia d’olio per le vie del mondo, fino a sparute isole in mezzo all’oceano e a freddi anfratti dell’Antartico.
Ci siamo detti per un po’ che sembrava di essere in un film un po’ bruttino. L’inaspettato lo accostiamo alla fiction, con l’impressione che, a momenti, arriveranno i buoni e faremo un gran sospiro di sollievo per lo scansato pericolo.
Ma questa volta no.

Sono rimasta attonita per giorni, s-paesata, “fuori dal paese”.
C’è in me, da sempre, un bisogno specifico di sentire familiarità: quando trovo attorno dettagli che riconosco mi accomodo, come i gatti nelle scatole, e il mio sistema rilascia quella lieve tensione che mi dà ciò che è sconosciuto.
È un istinto universale, quello del conservare le cose per come sono.
Un bisogno di mantenere e ripetere, che si alterna a quello del generare e innovare.
Freud lo aveva chiamato, per l’appunto, coazione a ripetere.
Accanto, a passo alternato, in direzione opposta e contraria, spinge la vita, quella voglia che ci indica ogni volta nuove possibilità e forme da re-inventare.
È una lotta cruenta, a volte, e ci sentiamo sbattuti come foglie.

Intanto, come dicevo, il primo marzo, succedeva qualcosa di rivoluzionario anche nella mia piccola vita.
Mi cimentavo a cliccare su un bottone virtuale di un azzurro/grigio serio: un gesto facile, di una leggerezza che contrastava con la fatica fatta per arrivarci. Un click e la mia assunzione a tempo indeterminato, partita nel marzo 2000, si è fermata. Un gesto potente e stravolgente, un secondo per chiudere una storia durata seicentoventiduemilionieottantamila (622.080.000) secondi.

A dire il vero avevo soli 24 anni quando ho iniziato a lavorare in quella che, allora, era una piccola cooperativa del terzo settore milanese. Mi cimentavo per la prima volta a fare quello che i miei, e tutti gli adulti che mi erano bazzicati attorno, avevano tentato di fare da quando ero nata: a fare dell’educazione.
Sì, io lo facevo con tutti i sacri crismi della professione, pagata (poco), preparata (forse), e mi arrabattavo come potevo a insegnar qualcosa a ragazzetti di periferia e ai loro genitori, di qualche decennio più grandi di me.
Poi srotolo anni di lavoro, vestendo ciclicamente abiti nuovi, che mi guadagnavo studiando (nel frattempo avevo iniziato anche l’università di psicologia) e osando. E intanto ci moltiplicavamo, diventavamo grandi e tanti, facevamo figli, inventavano forme nuove e scoprivamo che “ciò che non rigenera degenera”, come ci insegna Morin.
Il click di questo primo marzo nasceva da qui, probabilmente: quando arriva il tempo di chiudere e aprire altro, serve tappare il naso e tuffarsi, una sensazione che ho sempre detestato, tranne quando mi ritrovo, pochi attimi dopo, con l’acqua che mi carezza la pelle e nuoto felice di averlo fatto.
Gli ultimi anni di lavoro hanno portato novità inaspettate che ho colto curiosa, ma poi avevo in mano troppo cose e rischiavano di cadermi.
Nella vita mi era capitato altre volte di chiudere storie di amore e appartenenze a “luoghi” in cui sono cresciuta.
Scegliere non è facile, ma io l’ho sempre fatto con una determinazione che non so bene da dove mi arrivi.
Si perde qualcosa, a scegliere. Snocciolare i pro e i contro è una possibilità, almeno fino a quando i due piatti della bilancia non coincidono in altezza. Altrimenti occorre andare più in basso, nelle gambe e nello stomaco, per sentire bene dove porta il movimento e assecondarlo con fiducia.

In questi due mesi ho sentito, a fasi alterne, lo scorrere della vita e l’incedere della morte, il bisogno di tornare indietro e l’istinto ad andare avanti, la forza e la fragilità.
Mi è sembrato, come mai mi era accaduto prima, che tutto convergesse in questa danza eterna tra gli opposti.
Ho idea che sono gli spazi di mezzo quelli che ci garantiscono maggiore equilibrio.
Ma l’equilibrio non è la posizione migliore per ogni momento.
Senza andar troppo lontano, quando camminiamo o corriamo l’avanzare prevede un istante in cui, parzialmente o totalmente, togliamo la presa da terra.  Rompiamo l’equilibrio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Alessandra Di Minno

© 2020 All Rights Reserved www.alessandradiminno.it
Alessandra Di Minno | Via Pasquale Fornari, 46 20146 Milano (MI)
PI 06673660962 CF DSMNLSN68H58F205G
Iscrizione ALBO sezione A n. 03/12779
Iscrizione Assocounseling A1713-2015
Privacy Policy
Cookies Policy
Web design by Gdmtech