[BLOG G1] Scrivere per cambiare

Lo so che abbiamo fretta e bisogna saper dire tutto in pochissime parole o secondi. Lo so che c’è la noia in agguato già alla riga undici o giù di lì. 
Ma il cambiamento richiede tempo. 
Se preserviamo il nostro passo, e non lo forziamo dentro l’ipervelocità, abbiamo qualche chance in più di volerci bene e di darci il tempo di essere noi stessi.
E allora partiamo dall’inizio.

Girava sui tavoli di casa, con una la copertina sgualcita, edizione anni Cinquanta, una foto bianco e nero. Ci passavo accanto distrattamente da un paio di mesi perché i ragazzi lo dovevano leggere per la scuola.
Ma pochi giorni fa mi ci sono seduta accanto e l’ho preso tra le mani.
Al tocco ho un’ondata di emozione e la immagino lì, china e scomposta sul foglio giallo, la testa che fa su e giù dal quadernetto di fortuna a quella minuscola finestra che dà sulla vita, curiosa e affamata di storie, che vorrebbe saltar fuori, con l’impeto dei suoi anni e il diritto di viverseli appieno.

È Anna Frank, conosciuta per caso in un giorno qualunque e poi rimasta.
Era l’estate 1980, anno in cui mi era toccato in sorte un tour per l’Europa perché, diceva mio padre, poi magari non avrete i soldi per viaggiare e certe cose serve vederle per imparare a vivere. 
Lunghe ore di auto, con quel rumore dei vecchi motori, finestrini giù a centoventi e sbracciate festose a ogni targa italiana, per quanti pochi eravamo. Io, col mio bisogno scottante di amici e indipendenza, nel pieno della mia adolescenza, così simile alla sua, così irriverentemente diversa.
E poi, a metà viaggio, ricordo il silenzio di quel caldo giorno a Mauthausen, quasi non si avesse il diritto di dire alcunché, e i passi impercettibilmente appoggiati sul suolo per non calpestare troppo quella storia che andava ricordata bene per non finirci mai più dentro.
Ricordo di avere letto ogni parola, impresso ogni immagine, abitato ogni centimetro di quel luogo di morte, per imprimere ogni dettaglio nelle cellule e onorare la mia amica.
In un giorno sono cresciuta di anni.
Era il 25 agosto del 1980 quando iniziai a scrivere il mio diario.
L’ultima pagina porta la data del 12 marzo 1985, un’interruzione che non dà spiegazioni, come non ne diede il primo agosto 1944, quando la sua penna si poggiò per sempre.
Lei andava a morire, io a vivere gli anni dei primi amori.

E così oggi, a qualche decennio di distanza, mi ritrovo con un guizzo che scelgo di seguire e non so bene dove intenda portarmi. 
Riprendo la penna e scrivo.
Sono giorni strani, questi: è arrivato un essere minuscolo e potente,
che si è portato via vite, ignaro dello stravolgimento che ha seminato attorno a sé. Lo abbiamo chiamato Covid-19, una variante guerriera di virus, che ha lavorato all’insaputa dei più per modernizzare i propri armamenti e colpire, proliferare e imporre la propria corona.
Niente di tanto diverso da quello che facciamo noi umani.
Per una strana congiunzione astrale io, ai tempi del coronavirus, sono intenta a prendere confidenza con una nuova fase della mia vita:
ho lasciato una parte del mio lavoro che facevo da vent’anni per dedicarmi totalmente alla mia libera professione. Un cambiamento di rotta che non avevo previsto e con cui ho familiarizzato per sei mesi circa, prima di arrivarci. Che potessi trovarmi per le mani due stravolgimenti, al posto di uno, non mi aveva attraversato neanche per un istante quando, nei mesi scorsi, facevo goffi tentativi a immaginare il futuro prossimo, strizzando gli occhi per cercare una qualche conferma che stessi facendo la scelta giusta.
Non so se riderci e divertimi o inveire per scaricare quel tanto di tensione in eccesso. Tra le due scelgo una terza via, che in genere prediligo in quanto alternativa: scrivo.

#4maggio2020 è una buona data per iniziare.
Stiamo mettendo fuori il naso come animali dopo la pioggia, spuntiamo come funghi del sottobosco a riprenderci la vita.
C’è chi non ce l’ha fatta e chi ha l’angoscia di non farcela proprio adesso.
Ai primi passi di questo tsunami cercavo la “normalità” in ogni anfratto; poi ho ricostruito un senso di equilibrio con la cura dei dettagli quotidiani per darmi un nuovo paesaggio dentro cui sentirmi parte.
Ho visto di tutto in questo tempo sospeso e allo stesso tempo non ho visto che la fettina della mia esperienza.
Ma il mondo si è rivoltato come un calzino in questi due mesi.
Un movimento globale che ha smosso le zolle della terra: il contadino sapiente, mentre ara il suo campo, sa che si libererà di erbe infestanti ma, anche, che metterà sotto sopra l’humus sommerso che lo popola e lo nutre.
Abbiamo perso anziani, medici, ospiti fragili di strutture di ricovero, abbiamo perso soldi, lavoro, equilibri, dimenticato bambini e adolescenti, e abbiamo purificato acque, guardato la natura riprendere salute, abbattuto l’inquinamento, generato nuove idee, imparato cose, cercato un senso e immaginato qualcosa di meglio.
E adesso?

Leggo proiezioni sul prossimo futuro e sogni di cambiamento, siamo sulla soglia di questo dopo che pareva lontano e indefinito e ora lo abbiamo sotto i piedi da varcare. Si scomodano filosofi e vicini di casa, genitori e dirigenti di multinazionali, psicologi e artigiani, non c’è distinzione che tenga, la prefigurazione del domani è attitudine dell’uomo, il nostro sguardo va in avanti per sua natura, altrimenti non sapremmo dove mettere il piede al passo successivo e non saremmo in grado di camminare.
Quel che sento, per ora, è un sottile tentennamento: avrei immaginato che al via mi sarei messa a correre fuori per poi buttarmi nella mischia, come nel football americano, quando si parte per guadagnare la meta e ci si ammucchia attorno all’ovale.
Invece sono sulla soglia e mi concentro sul sentire bene la terra sotto.
Questo terreno non voglio lasciarlo. Vorrei poterlo tenere appicciato alle suole e riprendere a girare per le strade, vedere dal vivo i miei clienti, portare i ragazzi a scuola, senza perdere quello che ho guadagnato.
Ascolto attorno, perché abbiamo bisogno di captare i segnali sociali che ci indicano dove sono gli altri per stabilire dove siamo noi, come animali nel branco. E vedo che gli animi si scaldano, in questi giorni, componendo fazioni diverse su come vivere questo tempo di mezzo, che non ha più le parole di pochi giorni fa, ma non ne ha ancora di nuove.

Mi concedo questo tempo di transizione perché ne ho bisogno. Non ho paura del virus, adesso. Ho paura di altro e ho bisogno di capire meglio. Se voglio essere io il cambiamento che voglio vedere nel mondo devo iniziare proprio da qui: voglio raccogliere quello che ho imparato e capire cosa posso tenere di questo tempo strano.

Io scrivo e chi vuole entrare lo faccia, mettete soltanto, e se potete, le scarpe fuori, per non fare rumore, perché scrivere non è poi così facile ed esporsi nemmeno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Alessandra Di Minno

© 2020 All Rights Reserved www.alessandradiminno.it
Alessandra Di Minno | Via Pasquale Fornari, 46 20146 Milano (MI)
PI 06673660962 CF DSMNLSN68H58F205G
Iscrizione ALBO sezione A n. 03/12779
Iscrizione Assocounseling A1713-2015
Privacy Policy
Cookies Policy
Web design by Gdmtech