[BLOG G4] Spazi possibili tra genitori e figli

Al giorno dieci della quarantena il Condominio Intelligente varava una deroga al proprio regolamento e apriva l’utilizzo del cortile ai bambini e alle famiglie, con turni che garantissero la doverosa distanza.
Evviva. Nelle successive 48 ore mi sono improvvisata calciatrice, un vero spasso per coloro che si godevano la scena da quel minuscolo sostituto della libertà che era il balcone di casa.
Fatta la tara tra costi (fisici) e benefici, ho dovuto presto cercare un’alternativa più sostenibile.
E così io e Pietro ci siamo dati al tennis.
Abbiamo sparato palline sui tetti dei box e i cortili animati ce le hanno sempre rilanciate indietro con complicità.
Nel silenzio irreale di quei giorni, i cortili animati distribuivano vita e c’era chi si affacciava per respirarne un po’.

Mi sento tornata indietro di anni. Da bambini noi si giocava per cortili o nel grande sterrato sotto casa, con due porte piazzate quasi a caso e l’erba sempre alta, che il pallone si fermava dopo pochi metri; era quando ancora ci si poteva sbucciare le ginocchia e tornare sporchi, sudati e felici. Andavamo da soli e tornavamo in compagnia, salivamo di gran fretta a bere e poi giù di nuovo fino a poco prima della cena.
Allestivamo mercatini e vendevamo Topolini, racimolando qualche soldo e chiacchierandocela per ore.
Non avevamo molti anni, ma le nostri madri e i nostri padri lasciavano le maglie larghe e io non avevo idea che ci perdessero di vista: semplicemente mi arrivava che si poteva e che si fidavano.

Negli anni gli spazi si sono ristretti, sono stati disseminati divieti ed è cresciuta la paura.
Diventando noi adulti abbiamo preso in mano il baluardo della sicurezza, sventolandolo per ogni dove.
Ma abbiamo frainteso qualcosa, perché l’effetto non è stato di farci sentire più al sicuro, quanto di metterci più paura.
Forse la velocità di cui parlavo ieri, e i continui cambiamenti, ci hanno fatto sentire il bisogno di aggrapparci a qualcosa che ci desse una qualche sensazione di stabilità, come su quelle giostre adrenaliniche, che ci si sale solo a patto di una stretta imbragatura.

L’esito è che io, i miei figli, li devo spingere fuori casa perché loro metterebbero radici.
Gli abbiamo costruito attorno una gabbia dorata e hanno perduto l’istinto a muoversi.
Da bambini li abbiamo abituati ad abitare contenitori full optional, programmi settimanali fitti come imprenditori e l’occhio onnipresente, nostro o su commissione, per assicurarci che non ci fossero brutte sorprese.
Li abbiamo protetti da rischi e dolori.
Da ragazzini gli abbiamo aperto le porte, perché l’autonomia e tutte quelle indicazioni degli esperti, ma loro non escono più. Hanno un oggetto in mano, che racchiude il mondo e il loro supposto potere, e non gli serve nient’altro.
E dentro, dentro si sentono al sicuro.

Eppure, nel tempo stra-ordinario della quarantena, che ha ridotto tutto all’essenziale, i cortili animati hanno svelato gesti e possibilità che pensavamo perduti o non più accessibili.
Sapremo tenerci qualcosa, come un tesoro tra le mani?
Non lo so, la paura che ora annuso per l’aria è di ritornare agli automatismi di prima.
Io, questo tempo in dono da parte di mio figlio, me lo terrò stretto.
È un’eredità che ci fa complici.

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