SPAZIO REALE E SPAZIO VIRTUALE [BLOG G1 7]

Non riesco a dirlo che oggi è finita la scuola. Non sembra vero – mi dice Silvia, con un’espressione in bilico.

Capisco. Non riesco a dirlo nemmeno io.
Mi manca un contrasto netto e chiaro tra oggi e domani, qualcosa che segni la differenza tra un momento e l’attimo dopo.
Mi manca la ritualità del passaggio.
Ci hanno provato come hanno potuto: hanno brindato tutti insieme, ciascuno al di là del proprio piccolo schermo, sgranocchiando qualcosa e tirando le fila di un anno fuori dal tempo e dallo spazio.
Suo fratello, da sempre assai più pragmatico, si è dedicato con cura a prepararsi un Mojito junior prima di accomodarsi dentro il suo rettangolino. È andato a scovare il ghiaccio dalla nonna, a comprare la menta fresca dal fruttivendolo, l’acqua tonica dal negozio sotto e si è gustato tutto quanto, la preparazione, ancor prima del Mojito.
Perché i riti, da sempre, hanno una loro natura incarnata, reale, palpabile.

Gli spazi e le geometrie del virtuale, invece, sono immateriali e i passaggi non hanno un peso, non chiedono sforzi, non presentano ostacoli, ci si entra e si esce senza permessi.
È uno spazio, quello virtuale, con una sua magia: rende possibile l’impossibile e mi ricorda quel “facciamo che eravamo” di quando si era piccoli. Un immenso spazio di gioco in cui fare e disfare, procedere per intuizioni e imparare per tentativi. E noi ci siamo immersi tutti, in questi tre mesi, come mai avevamo fatto. Aggrappandoci a quell’incredibile possibilità di essere ovunque e da nessuna parte nello stesso istante.
Abbiamo galleggiato in zone senza gravità e i ragazzi, coi pollici veloci e i tasti minuscoli, si sono girati all’indietro vedendo la scuola rimpicciolirsi fino a sparire.

Eppure, per crederci fino in fondo, a questa vita, abbiamo bisogno della consistenza delle cose.
Abbiamo bisogno dei sensi e di indizi per i nostri sensi, assetati di odori, colori, sapori, umori, superfici e campanelle e porte spalancate e abbracci, risate, lacrime nascoste da quel pudore che non l’ho capito mai.
Abbiamo bisogni di gesti, col potere che hanno di emozionare e, per questo, di restare vivi per sempre: incarnano la storia, i gesti, la punteggiano di momenti unici e irripetibili.

Ecco cosa abbiamo imparato.
Che dovremo essere bravi, noi per primi, e poi assieme ai nostri figli, a scegliere quando è possibile, se non addirittura meglio, muoversi nell’immaterialità e quando, invece, il corpo e la consistenza sono irrinunciabili.
E dovremo difenderli come le cose sacre.

È vero, la materia comporta più rischi.
Oggi è il rischio del contagio; sempre è il rischio di esporsi, di lasciare tracce, di provare paura e vergogna, dolore e amore, di sporcarsi e, cadendo, farsi male.
Ma anche l’immateriale ci fa rischiare, ammaliandoci con l’inganno di sentirci più protetti e meno vulnerabili e portandoci via, di soppiatto, il gusto di succhiare tutto il midollo della vita.

Ricordo quando mio figlio ha iniziato a giocare nella sua squadra, aveva 6 anni e il suo allenatore del tempo ci aveva promesso una cosa: che i nostri figli non si sarebbero ammalati negli inverni a venire. Abbiate fiducia, diceva. Giocheranno sotto l’acqua, nel fango, al freddo, temprandosi e riparandosi al caldo di una doccia.
Tutti insieme, tutti a ridersi dietro, a gridarsi addosso l’euforia dei punti fatti e a spartirsi la delusione di quelli subiti.
Questo, è stato protettivo.

E allora il rito, noi, ce lo siamo inventati.
Abbiamo corso sotto gli scrosci di questo temporale serale, venuto a lavare via lo sporco e a illuminare il cielo a festa.
Abbiamo brindato a quello che abbiamo saputo fare e a quello che ci è sfuggito di mano.
Alle fatiche, ai meriti e agli inganni, sventati ma necessari come il resto.
Abbiamo festeggiato, dicendoci che è proprio finito, questo anno. Che è proprio andato.

È quasi mezzanotte, percorro gli ultimi metri di questo giorno e tutto si è fatto un po’ più vero.

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