Super-visione

La visione sopra le cose

Il setting della supervisione è la possibilità di prendere distanza e osservare la scena nel suo insieme. Un antidoto all’autoreferenzialità dei professionisti che si occupano di relazione.
Se ci sono più sguardi una cosa è certa: non siamo soli.

Una responsabilità condivisa

Da tempo oramai ritengo che la super-visione funzioni meglio se è concepita come pratica co-costruita. Lo penso in generale: nei gruppi la co-costruzione è la via più promettente.
Seppure sia una grande e affasciante tentazione affidarsi alle mani di un esperto, magari carismatico e che ha già una sua visione nitida da regalarci, e sebbene il supervisore stesso rischi di cascarci dentro per primo, avendo facilità nel cogliere dettagli interessanti e provando una gran bella gratificazione a essere ammirato per la sua perspicacia, solo co-costruendo visioni rafforziamo il comune senso di responsabilità e affiniamo lo sguardo della consapevolezza.
È una questione di potere: a posizionarlo in un posto specifico, ne si consegna buona parte, rinunciando alla generativà del potere circolare, che appare magari più impacciato, ma regala prospettive inattese.

Al concetto di responsabilità aggiungo un’altra considerazione.
Da anni sostengo che, quando lavoriamo, siamo sulla piazza pubblica e lì dobbiamo imparare a stare. Il lavoro non è un fatto privato, ma una responsabilità pubblica, ovunque io scelga di farlo. Senza bisogno di telecamere, come negli asili di oggi, ma con l’impegno condiviso di fare al meglio ciò che possiamo fare e di valutarlo insieme, anche la supervisione è un fatto pubblico.
Rompo quella cortina protettiva, che si è sostenuta per anni, di un dispositivo tenuto lontano da occhi e sguardi percepiti come indiscreti.
Supervisione è anche valutazione e più diventiamo bravi ad avere a che fare con la valutazione, più sapremo a nostra volta restituire valore agli altri, foss’anche un valore per così dire “negativo”. Cresciamo anche grazie a questo, a patto di rimanere entro confini di delicatezza e rispetto.

Eccomi, dunque, a parlare del mio modo di concepire la supervisione mettendo al centro lo sguardo, perché, in fondo di questo si tratta.

I primi sguardi

Il primo sguardo è quello di chi sceglie di “esporsi” allo sguardo altrui.
Sarà uno sguardo fiducioso, timoroso, sicuro, richiedente? Chissà.
Ma sarà da guardare, quel primo sguardo, perché ci darà indicazioni di cui varrà la pena tenere conto per trovare il modo migliore per corrisponderlo.
Gli andremo incontro con i nostri sguardi, di supervisore e del gruppo, se l’incontro è di gruppo. Risponderemo con sguardi per avere una visione più ricca dell’oggetto portato.
Gli sguardi non sono giudizi. Nemmeno consigli, perché, in genere, sottendono giudizi.
Gli sguardi sono relatività e possibilità.
Ma questo è un modo di mettere a fuoco da cercare insieme, perché quello che si incontra, a volte, è proprio l’idea che ci siano sguardi migliori e altri di serie B.
Noi supervisori, per esempio, pensiamo di avere sguardi migliori?
Perché di questo saremo investiti: dell’aspettativa di un super-sguardo.
Siamo probabilmente più allenati a guardare, tutto qui.
O forse, e questo mi piace di più, siamo più esperti ad allestire contesti perché si possa guardare e guardare con un’apertura di diaframma variabile: primi piani, panoramiche e tutti quei termini tecnici che i fotografi maneggiano molto meglio di me.
Allo stesso tempo sarà utile carpire come e se, chi si espone, mentre porta un tema o un “caso”, scruterà gli sguardi dei suoi pari: se ne riconoscerà il valore e li cercherà con curiosità.

A questo primo passaggio, quando lavoro in gruppo, mi interessa portare l’attenzione al “dove siamo”. Ovunque vogliamo andare prima dobbiamo sapere dove siamo.
E per “dove siamo” intendo cosa sentiamo, cosa percepiamo rispetto a quel qualcosa che si vuole guardare, come ci posizioniamo, se ci riguarda ed è un tema che incontriamo.
È come disegnare una mappa attorno all’oggetto che vogliamo osservare per prendere consapevolezza delle distanze e vicinanze che abbiamo a disposizione.

Scoprire nuovi punti di vista

Immagino che lo riteniamo ovvio, altrimenti non sceglieremmo di fare o andare in supervisione.
Ma ci tengo a indagare un po’ il valore di questa moltiplicazione di sguardi.
Mettere un oggetto al centro e lasciarlo osservare da prospettive diverse ci tutela dal rischio di prendere per vero QUEL punto di vista.
Il nostro, in primis, o quello del supervisore o di altri.
Ogni sguardo è semplicemente UNA prospettiva di visione.
Spostarsi tra punti di vista ci abitua a relativizzare, ad aprire, a uscire dall’assoluto, dal certo, dalle verità.
Io vedo la stanza in cui sono da qui. Se qualcuno fosse qui con me, seduto all’opposto di dove sono, vedrebbe altro. Semplice.
E per nulla semplice: abbiamo un attaccamento al nostro punto di vista perché ci dà sicurezza, perché diamo continuamente senso al mondo attraverso il nostro sguardo, per orientarci. Quando camminiamo ci serve il nostro punto di vista, non quello di altri, altrimenti andremmo a sbattere. Siamo attaccati alla nostra prospettiva perché effettivamente ci serve.
Ci vuole delicatezza, rispetto, ci vuole pazienza, perché ciascuno ha bisogno di un suo tempo per cambiare punto di vista. Anche gli occhi per mettere a fuoco hanno bisogno di un tempo fisiologico di adattamento, per quanto sia impercettibile.

Cambiare posizione significa “uscire dalla piazza”, essere spiazzati.
Quando qualcuno porta una questione viene ascoltato senza interruzioni. Segue un tempo di interazione, domande, richieste di approfondimento.
Ma poi chiedo alla persona che si è esposta di restare in silenzio per un po’, e a volte è un tempo abbastanza lungo, ad ascoltare i punti di vista degli altri. Cosa vedono gli altri.
Chiedo di assumere la posizione di chi riceve, spegnendo quel frequente e automatico impulso a rispondere, a fornire argomentazioni, a “difendere” la propria visione.
Non è facile per alcuni: si scalpita sempre un po’ per potersi affermare.

Mi capita anche, dopo che viene raccontato “un caso”, a volte da subito, di invitare a ri-raccontarlo dando a voce, in prima persona, al o a uno dei personaggi chiave della scena descritta.
L’effetto è potente.
Se vi è capitato di partecipare a quelle che vengono chiamate “costellazioni”
(la rappresentazione, con i corpi, di una situazione familiare per esempio, in cui le persone vengono invitate a rappresentare un personaggio della scena, sapendone poco o nulla) conoscete la potenza di un lavoro in cui ci si mette nei panni di qualcun altro.
Entrare in quei panni, parlare in prima persona, sentire quella qualità di “energia” (che è un concetto tutt’altro che esoterico, ma molto reale, fisiologico, neuronale, chimico, elettrico), guardare il mondo da quegli occhi fa emergere pensieri, emozioni, consapevolezze nuove e sorprendenti.
In genere il clima del gruppo cambia radicalmente: le emozioni sono palpabili, i giudizi si sciolgono, i neuroni specchio danzano, gli sguardi si aprono e ammorbidiscono

Aprire gli occhi

La vista è uno dei sensi oggi più usati e investiti di super poteri.
Il naso l’abbiamo quasi perso, il tatto perde terreno perché il virtuale non ne ha bisogno, l’udito si mantiene a livelli standard. Il gusto guadagna terreno, sollecitato com’è da tutti quei programmi/riviste/pubblicità di cucina o lo perde drasticamente quando prevale l’austerità alimentare da dieta.
La vista ha i super poteri. Serve per accedere al virtuale, per nutrirsi di immagini, per accedere al 3D, 4D, 5D e non so dove siamo arrivati.
La vista si affina e vede oltre, porta in giro per mondi da esplorare.
La società dell’immagine mette la vista al centro.
Oggi si parla della “postura” dell’uomo contemporaneo, intendendola come atteggiamento verso le cose, verso il mondo, verso il futuro, dandole quindi un ‘accezione più metaforica.
Ma, come sempre, tutto ha un corrispettivo corporeo: la postura dell’uomo contemporaneo, che da un po’ è eretta, si sta ricurvando, perché i nostri vari devices lo richiedono, gli smartphone soprattutto.
Si sta anche restringendo perché gli schermi sono piccoli.

In supervisione proviamo ad alzare gli occhi, prima di tutto.
Esercitiamo lo sguardo in più direzioni.
E poi proviamo ad allargare: guardiamo noi, le persone, ma anche i contesti di cui facciamo e fanno parte.
Usiamo il grandangolo, usiamo la funzione panoramica e guardiamo tutto. Osserviamo i contesti, nella loro mutevolezza veloce, per comprendere meglio dinamiche che a volte vengono raccontate come separate dalle storie delle persone.
Ampliamo le stanze della super-visione per portarci dentro il mondo perché tutto fa parte ed è parte.

Tuttavia, aprire gli occhi è solo il punto di partenza. Uno possibile.
Io preferisco dire: aprire i sensi!
La parola estetica deriva da aisthetikòs, che significa sensibile: ci porta alle sensazioni, a quel continuo, sottilissimo flusso di interscambio tra l’ambiente e i nostri sensi.
Dobbiamo aprire i sensi per cogliere come noi e le persone con cui lavoriamo respiriamo, ci muoviamo, guardiamo, gestiamo la prossemica…
In supervisione invito a osservare, tra le cose, se stiamo respirando mentre parliamo, o se tendiamo a trattenere l’aria. Se siamo, cioè, più impegnati a difenderci o se siamo abbastanza rilassati e aperti per ricevere e lavorare quanto abbiamo messo in centro.
Abituarci a tenere i sensi aperti ci consente di cogliere informazioni da più direzioni e da più canali.

Lo sguardo pieno

Fotografiamo tutto.
Vado alle gare dei miei figli e mi sento di “dover” video-riprendere vivendo, ogni volta, il conflitto tra il desiderio di conservare, per poi goderne insieme quando saranno più alti di me, o godere nell’immediato.
Perché quel filtro tra me e l’esperienza mi dà fastidio, si interpone.
Non mi permette un contatto pieno.
Cosa intendo per contatto pieno?
Il contatto è un processo che avviene sul confine tra noi e l’ambiente (persona, esperienza, oggetto…) e fa sì che l’ambiente venga percepito con consapevolezza, portandoci ad assimilare la novità che porta, l’alterità, o respingendola.
Il contatto pieno passa attraverso tutte le dimensioni del nostro essere: quella corporea, energetica, quella emotiva, quella cognitiva, che solo per chiarezza separo.
Non è pieno, per esempio, quando entriamo in contatto solo con la testa, con le parole. O quando siamo sequestrati dalle emozioni. Quando separiamo e non integriamo.
Entriamo in contatto anche per poter decidere di non assimilare, se qualcosa non è buono per noi, ma per farlo abbiamo bisogno di un contatto pieno.
L’immagine che mi viene è quella dei bimbi piccoli quando, per conoscere un oggetto, lo avvicinano con tutto il corpo: mani, piedi, bocca.
Lo assaggiano con tutti i sensi che hanno.
Poi decidono se gli va o no.
Anche in supervisione il contatto pieno è facilitato dal mettere in campo corpo/emozioni/pensiero.
Ma va coltivata questa possibilità, perché siamo nati e cresciuti in un ambiente in cui predomina logos e la corporeità viene delegata in seconda, terza, ultima fila. Viene iper-controllata o investita del compito di renderci performanti.
Portare il corpo in supervisione non è facile: eppure, quando lo facciamo, le persone, la maggior parte, ne sono attratte, tornano, chiedono di nuovo.
Provano anche piacere.

Guardiamo oltre

Come facilitare il “guardare oltre” il conosciuto, oltre lo scontato, oltre la linearità, la conferma e riconferma?
Vi porto qualche esperienza che propongo per facilitare la visione.

Conoscete tutti i Playmobil, pupazzetti di plastica che hanno accompagnato probabilmente la nostra infanzia. Ne vendono in confezioni con 40 pupazzetti neutri, che non impersonano personaggi caratterizzati: sono semplicemente di due generi, maschio e femmina, distinguibili per un dettaglio di abbigliamento, di 4 colori e di due formati, adulti e bambini.
Al mio kit aggiungo alcuni altri oggetti: sassi di vario colore e forma, che potranno essere usati per rappresentare simbolicamente tutto ciò che non è umano; cordelle che possono definire confini; barrette di legno colorato per creare ambienti.
La narrazione con le parole sappiamo bene che è UNA forma di comunicazione.
Con i Playmobil invito a rappresentare ciò che vuole essere comunicato.
Passiamo per canali diversi: chiamiamo in gioco la creatività, la corporeità, l’immaginazione, le dimensioni spaziali (distanze, vicinanze, proporzioni, orientamento, posizioni…).
Giocando attutiamo la predominanza cognitiva, che ha anche un grande potere controllante, e lasciamo più agio alle emozioni e alla spontaneità.
La rappresentazione dà forma concreta alla visione che si ha.
Viene così esternalizzata, messa sul tavolo e guardata.
Serve a chi osserva per entrare in contatto con quella visione.
Ma serve anche tanto a chi produce la rappresentazione: vedere sul tavolo la propria immagine interna apre a consapevolezze nuove, a volte a sorprese.
Non si interpreta, non si tratta di cercare significati nascosti o presunti.
Si osserva e si condivide ciò che si vede.
La seconda fase consiste nel “lavorare” la scena: come vorremmo che fosse, per esempio.
Di nuovo, giocando, immaginiamo scenari futuri e movimenti che emergono spontaneamente da quella visione. Muoviamo, spostiamo, togliamo, aggiungiamo e vediamo che effetto fa.
Poi elaboriamo, integriamo con le parole per vedere cosa possiamo farcene.

Un’altra cosa che mi capita di proporre è la rappresentazione con i corpi di qualcosa che sta emergendo con le parole.
A un gruppo di educatori di comunità, che portavano il disagio di un sommerso di non detti, ho proposto di sedere in cerchio e di stendere un lenzuolo tra loro, da tenere con le mani appena sotto le teste di ciascuno.
In questo modo la scena era esattamente la stessa di quella raccontata: vedevamo tutti le nostre teste, “sapendo” e sentendo che sotto il lenzuolo c’era altro, ma non lo si poteva vedere.
Così ne abbiamo fatto esperienza con il corpo, mettendo una sorta di lente di ingrandimento su come ci faceva stare questa visione parziale e cosa arrivava dal sommerso delle nostre gambe, braccia, pance, sotto il lenzuolo.
Un esercizio di consapevolezza, una possibilità di cominciare a tirar su, fuori dal lenzuolo, un braccio, un piede e così via.

Con piacere

La supervisione può essere un momento di piacere?
E, comunque, perché mai dovrebbe esserlo?
Capita che, in occasione di una supervisione individuale o di gruppo, proponga di andare al parco, tempo e stagione permettendo.
Il clima si distende immediatamente, si alleggerisce, ci si muove col corpo, si respira, si apre.
Anche una semplice torta portata da qualcuno e messa in mezzo al tavolo scalda subito il clima e apre i lavori senza quasi accorgersi, senza quel naturale, iniziale irrigidimento che, in genere, precede l’entrare dentro qualcosa che è più intimo.
Se stiamo bene, funzioniamo meglio.
Io per prima funziono meglio quando provo piacere. Sono più utile alla persona o al gruppo che mi chiama a fare questa parte, di chi allestisce/conduce la supervisione.
Se sono nel piacere, se sono comoda, se faccio una pausa vera durante l’incontro e non mi metto a lavorare per non perdere tempo, se respiro e mi godo quell’intimità con i colleghi sto bene e funziono meglio.
Se non affido tutto alle parole ma coinvolgo il corpo, anche il mio, coinvolgo le emozioni, commuovendomi senza vergogna, per esempio, per le storie che vengono raccontate.
Il piacere c’entra se intercaliamo la serietà e drammaticità di alcuni momenti con deflessioni, giochi di sponda fatte con ironia, che distolgono per un attimo, alleggeriscono, ci ricordano che abbiamo anche questa risorsa.
Il piacere disattiva le difese, le depotenzia.
Se stiamo bene non abbiamo bisogno di innalzare muri.
Se chi racconta si sente sostenuto, voluto bene, non giudicato, si sente al sicuro e rischia anche strade sconosciute.
Il gruppo, col suo conduttore, diventa una temporanea base sicura di cui fidarsi,
che sostiene nel percorso, magari impervio, del mettere in discussione qualcosa.
Il piacere è un nutrimento buono.
E, forse, supervisione altro non è che nutrirsi reciprocamente di sguardi.

„Non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi“.

Antoine de Saint-Exupéry

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